Me lo sento chiedere, ogni tanto: perché scrivere di sport? Domanda legittima.
A ben pensarci, la competizione sportiva ed il relativo esito sono già, sotto certi aspetti, una buona “cronaca” del fatto, il fotogramma che spiega la trama dell’intero film.
In effetti, il primo, larvato giornalismo sportivo, e in particolare quello scritto, comincia a diventare una professione, con un suo pubblico, solo a cavallo del Novecento, per poi consolidarsi con la diffusione dei mass media. Prima di allora, metà Ottocento, si stampavano certi “Bollettini” di ginnastica, lo sport illustrato e poco altro. La Gazzetta dello Sport venne nel 1896.
Si devono attendere gli anni Trenta per le radiocronache, retoriche ed emotive, di Niccolò Carosio, per l’Eiar e poi per la Rai, cui seguirono le prime innovazioni narrative di Missaglia e Scarambone, con le pagelle sportive. Gli anni Sessanta vennero in pompa televisiva, i Mondiali, le Olimpiadi romane, i primi giornalisti al sèguito, le scuole di pensiero nel calcio, nel ciclismo. In edicola, i rotocalchi specializzati.
Brera stesso, il sommo Brera, fabbro del neologismo pedatorio, diceva di sé che non avrebbe mai pensato di potersi guadagnare la doccia calda al mattino scrivendo di calcio. Si sbagliava, per nostra fortuna.
E siamo ad oggi, con lo sport sulle piattaforme TV, gli assordanti “social”, la prima pagina dei cartacei con i testi extra-dry fagocitati dalla gigantografia ruffiana, il corsivista ormai fantasma. E allora, tornando alla domanda iniziale, che è retorica abbastanza per meritarsi una risposta: perché scrivere di sport? Perché raccontare in prosa una volée di Sinner, o recensire una schiacciata della Egonu atteggiandosi a Svevo? E perché sforzarsi di chiamare “carezza” la parata di Sommer su Yamal, in un Inter-Barcellona 4 a 3 che passerà alla storia come quell’altro 4 a 3, del Settanta?
La parola scritta, contro l’immagine, ha bisogno di reinventarsi, di ammantarsi di una luce nuova agli occhi dei lettori. Forse oggi è al suo “solstizio” d’inverno, al giorno più corto. A partire dal quale, però, la luce torna a crescere, a riprendersi il suo spazio contro tutte le gigantografie ruffiane…















