È una pratica, e c’è dentro tutta la sacralità dell’antico rito, la cerimonia del fuoco sempre vivo che è liturgia della speranza. È l’apertura dei Giochi Olimpici che vengono da lontano, da Olimpia, 776 a.C., per onorare Zeus e unire nell’armonia le città-stato greche. E giunge fino ai giorni nostri, passando da Atene 1896, per il fervore del barone de Coubertin. Il 4 Dicembre scorso, quella speranza ardente è arrivata a Roma, che è eterna e non conta i giorni, ma guarda meditabonda l’orizzonte, assisa sulla Prima Pietra.
C’era il presidente Mattarella, gran sacerdote nella piazza del Quirinale, che ha incendiato il braciere olimpico con la fiaccola consegnatagli dalla tennista-tedofora Jasmine Paolini e da Giovanni Malagò, prima di farla partire nel viaggio che, sul selciato della storia lungo un tratto di Appia Antica, porterà la torcia a Milano-Cortina, a quegli intrepidi delle gare invernali, di cui in Italia si è già data buona prova nel 2006, a Torino.

Ma non di solo sport quella torcia vuol bruciare, non di sola, sana competizione. C’è un intimo fil rouge che ci dice d’altro e che ha a che vedere con un fuoco più sacro di Zeus: è il calore dell’armonia tra i popoli, una fiamma che ogni tanto qualcuno spegne e che bisogna saper ravvivare con il coraggio di una preghiera nuova, fino a farne un falò inestinguibile. Eterno come Roma.
In verità, qualcuno avrebbe voluto vedere, nella cerimonia, una torcia un po’ più torcia, non un freddo manufatto d’arte contemporanea, elegante, discreto, quasi imparziale. La torcia olimpica è un fuoco che prende posizione, dura nei secoli, brucia le coscienze e unisce le genti. Non è esattamente un accendino…
C’è un’immagine, la più bella di tutta la saga del Signore degli Anelli, ne: “Il Ritorno del Re”, che Peter Jackson rende mirabilmente. È quella in cui Pipino (Peregrino Tuc), uno degli Hobbit protagonisti, accende i fuochi di Gondor e fa partire la catena di falò, come fossero fari tra gli altipiani, per comunicare a grandi distanze la richiesta di aiuto di Minas Tirith e la necessità, per i popoli della Terra di Mezzo, di allearsi contro i terrificanti eserciti di Mordor.
“La speranza divampa”, dirà subito dopo Gandalf il Grigio.
Non c’era internet. Ci ha pensato il fuoco sacro, quello per onorare Zeus, la fiamma olimpica da opporre, oggi, a tutti i nemici dell’umanità.















