Si sono svolti il 5 dicembre scorso, con la ritualità dell’estrazione dei numeri del Lotto, i sorteggi delle squadre nazionali di calcio che formeranno i gironi della fase finale del Mondiale di calcio 2026, le cui partite saranno distribuite nel continentale agone di tutto il Nordamerica (Canada, Stati Uniti e Messico).
Giornali e siti internet ne hanno parlato molto, ponendo grande enfasi sulla circostanza che l’Italia – dovesse superare i fatidici spareggi che si terranno poco dopo le Idi di Marzo – potrebbe godere di vita facile in un Gruppo B composto da Canada, Svizzera e Qatar. È come se la stampa e l’opinione pubblica generale, all’unisono, avessero voluto parlare a nuora perché suocera intendesse: “…cari calciatori italiani, vedete di farcela stavolta, poiché il cammino che porta alle gare finali sembra più che spianato…”. D’altronde sarebbe alquanto sconveniente per l’immagine dell’italica pedata subire l’onta di una terza, consecutiva espunzione dall’olimpo del “pallone”, nella più che disonorevole evenienza di una débacle agli spareggi venturi.
Nel rileggere i Gruppi si scoprono, però, tante cose, alcune curiose. Una per tutte: i nomi esotici di alcune nazionali, che evocano estati caraibiche, palme sontuose e remote spiagge lucenti: Haiti (gruppo B), Costa d’Avorio, Curaçao (Gruppo C), Capo Verde (Gruppo H), Panama (Gruppo L). Tutte nazionali di calcio qualificate alla fase finale. Curaçao, ma cos’è? Ebbene, trattasi di una scintillante isola caraibica che gli olandesi occuparono nel 1634, una destinazione da sogno per i Tour Operator, nota anche per l’omonimo liquore, Curaçao appunto, al gusto vago di arancia.
Nelle eliminatorie, la nazionale maschile di Curaçao ha battuto nientemeno che Bermuda 7-0 e pareggiato con Trinadad e Tobago 1-1. Pareggio a reti bianche, a ritmo di reggae, anche contro la Jamaica. Galeotta, dunque, è stata la dissoluzione delle Antille olandesi, senza la quale la nazionale di Curaçao, che esiste dal 2010, non sarebbe nata.
Tutta questa storia assurda ricorda vagamente una legge italiana (L. 515/93) che regolava le campagne elettorali nei primi anni Novanta, stabilendo, tra le altre cose, regole sulla propaganda e la parità di trattamento per i servizi radiotelevisivi: capitava allora che, a Roma, i due candidati al Campidoglio avessero entrambi 1 ora di tempo radio-televisivo per spiegare le proprie ragioni agli elettori, lo stesso tempo accordato ad un improbabile terzo incomodo, ad un Mago Otelma qualunque, che a Roma si sarebbe poi candidato davvero nel 2015. Un’ora ciascuno.
Bene. Cioè, male. Vige, allegramente anche una par condicio calcistica, targata Fifa. Ed è così che Serbia, Nigeria ma anche Cile e Camerun non andranno in Nordamerica. Il tanto agognato spettacolo farà a meno di gente come Osimhen, Kvaratskhelia, Vlahovic, Lookman. Ma cosa volete che sia rispetto ad un fresco, esotico e tonificante Curaçao al gusto arancia…















