Chi di noi non è mai stato affascinato dai miti, quei racconti fantastici che la tradizione orale classica ha tramandato nei secoli e che ci vengono narrati sin da bambini come fossero delle favole millenarie che arrivano da mondi lontani, accessibili solo con l’immaginazione?
Essi funzionano come metafore potenti perché, attraverso racconti simbolici di dei, eroi e mostri, spiegano fenomeni misteriosi, trasmettono valori culturali e offrono modelli di comportamento, utilizzando linguaggi immaginari (il mythos). Come non ricordare Icaro, metafora dell’ambizione smodata, Edipo simbolo del destino, della colpa e della ricerca ossessiva della verità, a costo di distruggere se stesso, Prometeo che regala il fuoco (la conoscenza e la tecnologia) all’umanità, pagando un duro prezzo per la ribellione contro l’autorità!
Tra tutti, però, c’è una figura mitica che continua a parlarci con una chiarezza inaspettata: quel Sisifo che, a detta di Omero, è il più astuto degli uomini.
Condannato dagli Dei a spingere in eterno un masso fino alla cima di un monte, per vederlo poi rotolare di nuovo a valle, Sisifo è l’immagine perfetta della fatica senza scopo. Non è la pesantezza del macigno a tormentarlo, non è la fatica a logorarlo, ma la certezza che ogni sforzo sarà vano. Se il masso fosse leggero come un sasso di fiume, il dolore non cambierebbe. La sua punizione sta nell’inutilità del lavoro svolto, un lavoro senza speranza.
Oggi, questo mito lo ritroviamo in un paradosso moderno: più la società progredisce, più cresce la quantità di lavori che non servono davvero a nulla. Abbiamo inventato macchine capaci di sostituirci, ma invece di liberarci, ci siamo riempiti di mansioni inutili. In un famoso saggio l’antropologo David Graeber li chiamava così: “bullshit jobs”, “lavori senza senso”. Figure che servono a mantenere l’idea di produttività, non il suo valore reale. Uffici pieni di persone che compilano tabelle che nessuno leggerà, riunioni che non producono decisioni, pratiche che si autoalimentano.
Una recente indagine evidenzia come questo senso di inutilità sia più diffuso di quanto si possa pensare: in un campione di centomila lavoratori, in 47 nazioni, circa il 25 per cento, la maggior parte tra i giovani, considera il proprio lavoro “socialmente inutile”, senza senso, se non addirittura “moralmente faticoso e dannoso”, come quello nelle industrie fortemente inquinanti, quelle delle armi, del tabacco, dell’azzardo.
Ciononostante l’uomo moderno rimane prigioniero del proprio ruolo, difende il suo lavoro a prescindere, anche se non conduce da nessuna parte. Il lavoro, diceva Simon Weil, è un bisogno fondamentale dell’anima, ogni lavoro è degno, ma ciò non toglie che possa essere inutile o dannoso.
Oggi, come nel caso di Sisifo, il capitalismo moderno condanna milioni di persone ad una pena tragica, un lavoro inutile e dannoso. Quanti carrozzoni nazionali sono pieni di lavoro inutile. Lavorare senza comprenderne il motivo genera un vuoto che nessun incentivo economico può colmare. E’ la stessa pena di Sisifo, ma con la differenza che, nel nostro caso, il masso può essere, nello specifico, un fascicolo, un monitor, una catena di e-mail. Ma se non riusciamo a liberarci dal lavoro inutile, dobbiamo perciò ridare ad ogni genere di lavoro senso e dignità perché il lavoro non serve solo a produrre beni, ma a dare significato alle persone. Questo lo comprese Roosevelt, negli anni della Grande Depressione, allorquando trasformò lo Stato nel più grande datore di lavoro collettivo: dighe, strade, ponti, scuole, teatri, biblioteche. Alcune di quelle opere erano necessarie, altre no. Ma ciò che contava era ridare dignità attraverso l’azione anche a costo di scavare buche e poi riempirle di nuovo, purchè gli uomini ritrovassero il senso di contribuire a qualcosa di nuovo.
In un certo senso il New Deal fu il tentativo di riscattare Sisifo: non abolendo il macigno, ma restituendogli uno scopo. Possiamo come Sisifo, trasformare l’assurdo in scelta consapevole: accettare il peso e trovare, nella lotta stessa, la misura della nostra umanità. Solo allora, forse, potremo immaginare Sisifo felice perché nel comprendere la propria condanna egli diventa padrone del suo destino (Camus).
( Immagine dal web )

















