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Chiamata alle urne, ultimo atto

La vera riuscita di questo referendum non sarà tanto la vittoria dei SI o dei NO, quanto la più ampia partecipazione popolare

La Redazione by La Redazione
11 Marzo 2026
in Il punto di svista
Chiamata alle urne, ultimo atto
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Il Referendum Giustizia 2026 chiamerà i cittadini il 22 e 23 marzo prossimo ad esprimersi su una riforma costituzionale che incide sulla organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La riforma non incide sulla autonomia e indipendenza della magistratura, ma interviene sulla sua organizzazione interna e sui meccanismi di autogoverno.

In particolare, il testo approvato dal Parlamento prevede la creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi gli organi mantengono una composizione analoga a quella attuale, a prevalenza togata, ma operano separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante.

La riforma introduce inoltre una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questo organo è composto in prevalenza da magistrati, ma si distingue dagli attuali Consigli Superiori, che non svolgeranno più funzioni disciplinari, concentrandosi sul governo delle carriere.

Un ulteriore profilo rilevante riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma prevede il ricorso al sorteggio, in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto, con l’obiettivo dichiarato di incidere sulle dinamiche associative e sul ruolo delle correnti all’interno della magistratura.

Votare SI significa confermare questa riforma costituzionale e consentirne l’entrata in vigore; votare NO comporta il mantenimento dell’assetto costituzionale vigente. Il referendum è di tipo confermativo e non prevede quorum di partecipazione.

Il referendum costituzionale è uno strumento previsto dall’art. 138 della Costituzione che consente ai cittadini di intervenire direttamente nel procedimento di revisione costituzionale. A differenza del referendum abrogativo, che ha lo scopo di eliminare una legge ordinaria che è già in vigore, il referendum costituzionale ha una funzione confermativa: serve a stabilire se una legge di revisione della Costituzione, già approvata dal Parlamento, debba entrare definitivamente in vigore oppure no.

Se nel prossimo referendum dovesse prevalere il SI, la legge costituzionale approvata dal Parlamento entrerà definitivamente in vigore. Ciò comporterà l’attuazione delle modifiche previste in materia di ordinamento giudiziario, con la separazione delle carriere tra magistrati giudicati e magistrati requirenti, l’istituzione di organi di autogoverno distinti e della Corte disciplinare di rango costituzionale.

L’entrata in vigore della riforma non sarà immediata in tutti i suoi aspetti: sarà necessario adottare le leggi ordinarie di attuazione previste dal testo costituzionale.

Nel caso in cui il NO prevalga nel referendum, la legge costituzionale sottoposta a voto non entrerà in vigore. L’esito negativo comporterà quindi il mantenimento dell’assetto costituzionale precedente, fondato su un’unica magistratura con funzioni giudicanti e requirenti inserite nel medesimo ordine e sottoposte ad un unico Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma approvata dal Parlamento resterà priva di effetti giuridici e non produrrà alcuna modifica dell’organizzazione attuale.

La vera riuscita di questo referendum non sarà, pertanto, la vittoria dei SI o dei NO, quanto la più ampia partecipazione popolare che renda l’esito delle urne, maggioritario del Paese reale e degli aventi diritto al voto. Di contro, una affluenza bassa, come quella registrata nelle ultime consultazioni elettorali politiche ed amministrative, sarebbe una vera iattura dato che la maggioranza dei pochi votanti determinerebbe le sorti di una siffatta riforma costituzionale.

Come auspicato da qualcuno, non si deve votare di pancia ma con la testa, non è un voto pro o contro il Governo, pro o contro i magistrati: il referendum sulla riforma Nordio non è una questione di maggioranza o minoranza, di governo o di opposizione, di destra o sinistra. Non riguarda nemmeno la giustizia come servizio, quello che interessa ai cittadini, non rende più veloci i processi, non previene gli errori giudiziari, non sanziona giudici pigri e impreparati, non garantisce la giustizia giusta per tutti.

La riforma Nordio incide, invece, sul ruolo della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato. Per questo è normale che gli elettori di destra e sinistra siano liberi di votare secondo le loro idee personali.

Il momento è grave e solenne, rechiamoci allora in massa alle urne e cerchiamo di rispondere all’unica vera domanda che conta: “La riforma può cambiare in meglio la nostra giustizia, rendendola più libera e credibile?”.

Solo se riusciremo ad interrogarci sul merito, potremo dare una risposta responsabile.

 

 

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