“C’era una volta un bòcia (ragazzo), di nome Riccardino, anni 11, un fìòl (figliolo) del Cadore, nel cuore delle Dolomiti bellunesi, terra natale del Tiziano e regione antichissima in cui la presenza umana è attestata fin dalla Preistoria, più di 8 mila anni fa.
Con le sue gambe corte, lo zaino sulle spalle, per la precisione due zaini, uno con i libri ed uno con la roba di educazione fisica, attraversa la valle ogni giorno per recarsi a scuola, da Vodo a San Vito e ritorno, a bordo della corriera “Dolomiti bus”, la stessa tratta Calalzo-Cortina. Vive e si muove in un paesaggio incantato, sullo sfondo di una natura incontaminata e cangiante nell’alternanza delle stagioni.
Ma un giorno accade che la vita di Riccardino venga sconvolta dalla dura realtà, tutto accade in un attimo, al rientro a casa, nel bus di ritorno da scuola: fuori dal mezzo una nevicata abbondante imbianca la natura circostante, dentro il mezzo una folla di fantasmi incapaci di intendere e volere riempie i posti a sedere, alla guida un autista-burocrate che applica alla regola il regolamento e fa scendere il bòcia (il ragazzo) dalla corriera perché ha solo il biglietto ordinario da € 2,50, comprato dalla mamma a tempo debito, non invece quello olimpico da 10 euro introdotto recentemente per i Giochi!
“In costanza dei Giochi, caro Riccardino, sappi che per andare a scuola, devi pagare 10 euro e visto che non ti sei informato ti tocca scendere e tornare a casa a piedi…”,gli avrà sussurrato (si fa per dire) il prode autista. Fa niente che fuori nevica, fa niente che il giorno volge all’imbrunire, fa niente che non hai cellulare, fa niente che la tua casa dista appena 6 km… Riccardino si sarà guardato intorno, il bus non era vuoto, c’erano altre persone, adulti, nessuno ha dato il telefono al ragazzino per chiamare la madre. Bastava una sola persona con un briciolo di umanità che dicesse, “Ragazzino, vien qua, ghe pensi mi (ci penso io), chiama tua madre”. Cinque secondi, cinque secondi di umanità. E invece niente. Riccardino non si lamenta, non grida, non urla, non impreca, non si lamenta, ha già capito tutto, avendo toccato con mano l’indifferenza e l’idiozia degli adulti: anzi, d’un tratto, è diventato più adulto della allegra compagnia di giro, pertanto, esegue l’ordine, scende, inizia a camminare senza paura, lungo la pista ciclopedonale, sei chilometri, nella neve, destinazione Vodo di Cadore, con 35 gradi di temperatura quando arriva a casa. L’unica sua lamentela è stata, rivolto alla madre, “non voglio più salire su quell’autobus, non sento le gambe, facevo fatica a camminare”. Certo, hai ragione tesoro bello, perché un bambino viene prima di qualsiasi regolamento e non si può trasformare un servizio pubblico essenziale in un bancomat olimpico.
Ma proprio quando il mondo sembra essersi dimenticato di lui, esponendolo ad un grave pericolo, ecco che il piccolo si riprende il suo ruolo nel mondo: la sua resilienza, il suo coraggio, gli valgono un ruolo nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 su invito della Fondazione olimpica.
Il peggio è oramai passato del tutto, Riccardino, stai per vivere un momento davvero speciale, ma dobbiamo comunque chiederti scusa perché, forse, avresti voluto prenderti tutto il tuo tempo di bambino ed entrare nel mondo degli adulti più in punta di piedi….”
Non so voi, ma io questa favola voglio proprio raccontarla al bimbo mio che verrà, magari confusa tra le storie dei Fratelli Grimm – quelli delle Fiabe del focolare, di Hansel e Gretel, Cenerentola, il Principe Ranocchio, Cappuccetto Rosso e Biancaneve -, storie che con la vicenda di Riccardino hanno in comune un’ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca , fors’anche ad imitazione di certa realtà.
(di Gaetano Tufariello)

















