C’è un’Italia che corre, e un’Italia che deraglia. E poi c’è un’Italia – forse la più difficile da raccontare – che giudica tutto questo. A volte con rigore esemplare, altre con una sorprendente leggerezza. Le sentenze sulle grandi tragedie ferroviarie degli ultimi anni sembrano descrivere proprio questo: due binari paralleli che però non si incontrano mai.
Il caso Andria: la colpa è in basso
Partiamo dalla linea Andria–Corato, 12 luglio 2016: 23 morti e 51 feriti. Una tragedia che aveva subito sollevato interrogativi pesanti sulla sicurezza di una tratta a binario unico ancora priva di moderni sistemi automatici di controllo.
Eppure, la giustizia ha fornito una risposta sorprendentemente lineare: la responsabilità è rimasta confinata ai livelli operativi. La Corte d’appello di Bari ha confermato che la colpa fu dei due ferrovieri direttamente coinvolti, mentre tutti i vertici societari e i tecnici ministeriali sono stati assolti.
Secondo l’impianto accusatorio, l’incidente si sarebbe potuto evitare con adeguati sistemi tecnologici. Ma questa omissione – pur riconosciuta come contesto – non ha prodotto responsabilità penali ai piani alti.
In altre parole: il sistema era imperfetto, ma la colpa è stata considerata individuale. Il disastro diventa così, giuridicamente, una concatenazione di errori umani.
Il caso Viareggio: la colpa è in alto
Dall’altra parte del Paese, sette anni prima: Viareggio, 29 giugno 2009. Una strage ancora più devastante: 32 morti, vittime di un’esplosione causata dal deragliamento di un treno merci carico di GPL.
Qui il racconto giudiziario cambia completamente tono. La responsabilità non si ferma alla base della catena, ma risale fino ai vertici aziendali. L’amministratore delegato viene ritenuto colpevole, in un impianto che valorizza la responsabilità organizzativa e la gestione complessiva della sicurezza.
In questo caso, la giustizia sembra dire: il sistema non è neutrale; chi lo dirige ne risponde.
A questo punto sorge spontanea una domanda: quale delle due giustizie è quella “vera”?
Perché le due sentenze sembrano fondate su filosofie opposte: nel caso Andria è stata sanzionata la responsabilità individuale, circoscritta agli operatori; nel caso Viareggio si è puntato sulla responsabilità sistemica, che coinvolge i vertici.
È difficile non notare una certa dissonanza. In una vicenda, l’assenza di investimenti sulla sicurezza non basta a configurare colpa penale. Nell’altra, la gestione complessiva diventa decisiva, al punto da travolgere i livelli apicali.
Si potrebbe dire, con un’ironia un po’ amara, che in Italia la responsabilità segue percorsi ferroviari non sempre tracciati con precisione: talvolta si ferma alla prima stazione utile, altre volte viaggia fino al capolinea.
E non è un problema di sensibilità dei giudici, né (solo) di norme. È qualcosa di più sottile: il modo in cui il diritto penale interpreta il rischio, la prevenzione e il ruolo delle organizzazioni.
In fondo, la domanda che resta sospesa è semplice:
la sicurezza è un fatto individuale o un fatto strutturale? Se è individuale, allora Andria ha senso. Se è strutturale, allora Viareggio è coerente.
Se è entrambe le cose, allora il problema è la mancanza di un criterio uniforme.
Il risultato è quello che spesso percepiscono i cittadini: una giustizia a geometria variabile, dove esiti profondamente diversi possono nascere da tragedie analoghe.
E qui il punto non è stabilire quale sentenza sia “giusta” – compito che spetta ai giudici e ai gradi di giudizio – ma interrogarsi sulla prevedibilità del sistema.
Perché la giustizia, per essere credibile, non deve solo essere giusta: deve anche apparire coerente.
Forse il vero corto circuito non sta nelle singole decisioni, ma nel confronto tra di esse.
Due tragedie, due processi, due esiti opposti. Due binari che non si incontrano.
E il rischio, per chi osserva, è che più che una rete ferroviaria, la giustizia italiana sembri talvolta uno scambio… lasciato in mano al caso.
















