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Home » Crans-Montana, un viaggio di solo andata

Crans-Montana, un viaggio di solo andata

Oggi tutto va rimesso in discussione e tutti noi dobbiamo imparare da questa tragedia: imprenditori, legislatori e spettatori attoniti

La Redazione by La Redazione
14 Gennaio 2026
in Il punto di svista
Crans-Montana, un viaggio di solo andata
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La tragedia di inizio anno in Svizzera è una di quelle che non dovrebbero mai verificarsi, che facciamo fatica ad accettare, financo a pronosticare, ad immaginare: è un accadimento contro natura, che ci disumanizza, ispirato com’appare dalle maggiori nefandezze.

A distanza di pochi giorni, a riflettori spenti, mentre i sopravvissuti lottano per guarire e la giustizia fa il suo corso, rimane sullo sfondo di quel paesaggio montano da cartolina un quadro desolante, un’autentica fotografia del degrado umano: risalta, in primo piano, la cupidigia e l’avidità dei gestori, rei di aver messo in sicurezza solo  se stessi e la cassa del locale, l’insipienza di un’amministrazione comunale che tollera chi agisce senza licenze, che non fa controlli e non s’accorge di niente, salvo scusarsi dopo. Diciamo che è definitivamente tramontato il mito dell’efficienza svizzera, un concetto che fino ad oggi abbracciava la qualità della vita, l’organizzazione impeccabile, la puntualità e la stabilità nei servizi pubblici, trasporti precisi, infrastrutture di qualità e una burocrazia funzionale, il tutto supportato da una forte attenzione all’ambiente e all’innovazione, rendendola un paese leader a livello globale in molti indici di efficienza e vivibilità.

A Crans-Montana nulla di tutto questo ormai, solo rovine, distruzione e tante croci: le croci appartenenti alle giovani vite spezzate, tra cui quelle di alcuni eroi che, pur messisi in salvo nell’immediato, sono poi rientrati nel rogo per salvare il loro amico o fidanzata o conoscente, senza far più ritorno, autentici giganti tra i tanti gnomi che la cronaca nera e giudiziaria sta facendo emergere.

Ma Dio dov’era? Migliaia di persone si sono poste questa domanda. Ha così risposto Don Patriciello, l’umile parroco di Caivano: “il nostro Dio era là con i vostri ragazzi quella notte. Proprio in quel locale. Impotente. Schiacciato. In croce. A soffrire e morire con loro. Ad accarezzarli come avreste fatto voi, cari genitori, in quel momento atroce. Dio era là a farsi carico del loro spavento, a raccogliere le loro paure, le loro grida disperate. Dio era là per portarli nella beata pace dell’eternità dove un giorno, statene certi, li ritroverete”.

Ha ragione da vendere il Presidente della Confederazione elvetica, Parmelin, nel sostenere che oggi tutto va rimesso in discussione e che dobbiamo tutti noi imparare da questa tragedia: innanzitutto, gli imprenditori del settore, che non possono minimamente pensare di far profitto abbassando i costi della sicurezza e lasciando ai ragazzi che cercavano la via d’uscita solo 110 secondi per salvarsi, poi i vari legislatori che devono ripensare e, se del caso, modificare le norme per la protezione dagli incendi, subito dopo le amministrazioni comunali che devono svolgere accurati controlli all’atto del rilascio delle licenze e andare a verificare periodicamente il puntuale rispetto delle prescrizioni (tra cui il divieto di somministrazione di alcolici a minorenni e il divieto di ingresso dei minorenni non accompagnati), unitamente alla chiusura immediata dei locali abusivi.

Infine un piccolo vademecum per le famiglie: lo spunto di riflessione nasce dalle immagini della tragedia. Perché alcuni giovani non sono scappati invece di filmare? Lo ha spiegato la criminologa Bruzzone: “Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo. Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza. Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive. Sono il cervello che fallisce sotto stress. Ecco perché non basta dire scappate”. Occorre allora insegnare ai ragazzi a riconoscere subito il pericolo, a non fidarsi della calma apparente, a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare. Perchè il problema non è il telefono. Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno.

E a quelle stesse famiglie rivolgiamo il sommesso messaggio di Don Patriciello: “Permetteteci di soffrire con voi, fratelli e sorelle. Permetteteci di dirvi che i vostri figli sono i nostri figli. Sappiate che non siete soli. La vita è bella – troppo, troppo bella – ma anche tanto fragile”.

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