In un articolo pubblicato di recente sul nostro periodico cittadino abbiamo dato ampio risalto ad una sentenza della Suprema Corte di Cassazione (la n. n. 26801 del 19 settembre 2023) che ha riconosciuto in via definitiva l’esistenza di un diritto della personalità che ci riguarda non come singoli individui, ma come collettività residente in ogni municipio d’Italia: è il diritto alla identità cittadina che si esprime e prende forma nei valori umanitari e solidaristici codificati nello statuto comunale.
Tale diritto, secondo la Suprema Corte, è stato leso a causa delle condizioni degradanti riservate ai cittadini stranieri trattenuti nell’ex Cie di Bari, la struttura per migranti irregolari un tempo chiamata Centro di identificazione ed espulsione, oggi Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri).
E’ stato arrecato un danno alla identità del comune di Bari, statutariamente definito “città aperta”, ed impegnata “nel sostegno e nella promozione dei diritti umani, nella cultura della pace, della cooperazione internazionale e dell’integrazione etnico-culturale” (art. 3, comma 2 dello Statuto), e “nella tutela e valorizzazione delle diverse realtà etniche, linguistiche, culturali, religiose e politiche presenti nella città, rifacendosi ai valori della solidarietà e dell’accoglienza” (art. 3, comma 8 Statuto).
I magistrati della Cassazione, avevano, tuttavia, dubitato che la violazione dello Statuto comunale, a causa delle condizioni degradanti del Centro migranti, avesse prodotto sic et simpliciter un danno risarcibile, occorrendo, a tal fine, anche altro: andava provato, a loro dire, il danno non patrimoniale subito dalla comunità per la lesione della propria identità storico-culturale. Per stabilire, dunque, l’eventuale entità di tale danno, i giudici di Piazza Cavour avevano rinviato gli atti alla Corte di Appello di Bari.
E’ notizia dell’ultima ora quella per cui i giudici d’Appello, nel riesaminare la questione, hanno disposto un risarcimento simbolico nei confronti del Comune, all’uopo condannando il Ministero dell’interno, responsabile della gestione della struttura per migranti, a pagare 20000 euro (spese legali escluse), oltre interessi e rivalutazione monetaria da calcolare dal 2012 quando è iniziato il contenzioso. Per la prova del danno nella sentenza vengono richiamati una serie di documenti, tra cui articoli di stampa ed interventi di parlamentari, che parlavano del Cie come prigione disumana, luogo di illegalità e sopraffazione dove sono violati i più elementari diritti umani, “degrado insopportabile dove la vita è ben peggiore di quella delle carceri”. Tutto questo, secondo i giudici, ha inciso negativamente sulla collettività barese, producendo concrete ripercussioni sul sentimento e sull’agire di quest’ultima improntati ai predetti valori: ne consegue la sussistenza di un danno non patrimoniale e la condanna del Ministero al relativo risarcimento.

















