Valencia Nueva del Rey, Venezuela, anni Novanta del secolo scorso.
In una scuola, una maestra elementare chiede ad un bambino dagli occhi magnetici e birbi, che siede in fondo alla classe, quale sia la forma della terra. Con accigliata serietà, lo scolaretto risponde: «La terra ha la forma di un campo di baseball».
È ancora piccolo, ma ha già le idee chiare Francisco Cervelli, quel bimbo venezuelano che brandisce con illuminata arguzia la mazza, con fulminante tempismo batte senza guantini e, poi, saetta via inafferrabile nel campetto accanto a casa.

È una promessa della squadra «Girigay» nella LiMenor Valencia, la lega giovanile locale. Mamma Damelis gli cuce le protezioni con tessuti riciclati perché lo schermino quando è dietro il piatto della base. Del padre Emanuele, instancabile lavoratore, è scolpito nell’anima l’esempio di chi parte dal suo «borgo natio» in Italia e solca l’Atlantico per dare un senso alla sua vita.
Così, pure Fran chiude nel trolley i suoi sogni di gloria e sbarca negli Stati Uniti. Sudore, denti stretti e fatica. Il «diamante» lo vede brillare con i New York Yankees nella Major League, soprattutto, ma anche Atlanta, Pittsburgh e Miami.
Oggi, Francisco Cervelli, manager della nazionale italiana di baseball, già vicecampione d’Europa, ha condotto gli azzurri in semifinale nel World Baseball Classic, fra le quattro potenze mondiali di questa disciplina, dopo aver surclassato le superpotenze USA, Messico e Portorico. L’onirico viaggio si è interrotto a Miami, all’ultimo inning, contro il Venezuela, proprio la nazione che ha superato il Giappone campione in carica e che ospitò papà Manuel.
Ed è stato quasi un derby del cuore, per il ct. «Sono grato, certo, a loro che mi volevano pure nella loro compagine, ma Bitonto è la città in cui è nato mio padre Emanuele, che, con tutta la famiglia, si è trasferito quando aveva 11 anni in quella terra sudamericana, dove poi ha conosciuto mia madre. Io, tuttavia, mi sento di Bitonto, pugliese dentro, e sono felice e fortunato di essere italiano. E ti dirò di più: sapere che le notizie dei nostri successi arrivino pure nella terra di origine mia e dei miei cari mi dà ancora più gioia ed è motivo di orgoglio», si affretta a precisare Cervelli.
Che crede nel gruppo come forza trainante e incrollabile: «Questa squadra ha dimostrato di avere carattere, specialmente negli ultimi due giorni. Se per qualche motivo qualcuno non riesce a svolgere il proprio compito, chi subentra al suo posto lo fa e porta a termine il lavoro. Nel baseball ci sono momenti come questi: può essere la tua serata, oppure no. Puoi vincere con ampio margine, oppure vincere a fatica; l’importante è vincere».

Francisco si è sentito protagonista di una favola: «Immaginate di vivere tutto questo per la prima volta e di arrivare fino in semifinale. È incredibile. È fantastico. Questo è uno dei capitoli più belli della mia vita. È qualcosa di straordinario. Questo gruppo è fenomenale. Ora siamo in semifinale. Affronteremo i migliori in assoluto. Ma abbiamo la stessa missione: andare avanti fino all’ultimo giorno del torneo».
L’analisi del torneo disputato non si disgiunge mai dalla compattezza umana dello spogliatoio: «Credo che la chiave di tutto sia stata la vittoria contro gli USA. Chiunque ci troveremo di fronte sarà un avversario ostico. Tuttavia, il nostro livello di fiducia continua a crescere, sempre di più. Dobbiamo mantenere l’umiltà, restare concentrati e fare ciò che sappiamo fare meglio. Tutto qui. Giocare il nostro gioco».
Ma il vero segreto di questo legame speciale con i «suoi» ragazzi ce lo spiega Maricarmen, la sorella, affermata «periodista», giornalista e scrittrice, oltreoceano: «Francisco si è dimostrato un manager che ama i suoi giocatori, soffre per loro e li solleva quando cadono, come spesso è caduto lui».


















