Angelica Zero è, senza esitazioni, la nostra dodicesima “Bitontina dell’anno”. Angelica ha capito, a quattordici anni, che le parole possono ferire, ma possono anche salvare.
Studentessa della scuola secondaria “A. de Renzio” dell’Istituto Comprensivo “Cassano-de Renzio” di Bitonto, Angelica è stata selezionata nell’ambito del concorso nazionale EpLibriamoci 2026, promosso da Ente Pro Loco Italiane in occasione della Giornata mondiale del Libro e del diritto d’autore. Il tema di quest’anno era la lotta al bullismo e al cyberbullismo, con il titolo: “Non ho paura”. Secondo quanto riferito, sono arrivati circa 1200 elaborati da tutta Italia e ne sono stati scelti otto, provenienti da otto scuole di otto regioni diverse. Tra questi, anche quello di Angelica, premiato il 7 maggio al Senato della Repubblica, nella Sala degli Atti parlamentari.
Il regolamento del concorso parte da un dato che pesa come una pietra: almeno un ragazzo su cinque, tra gli 11 e i 19 anni, dichiara di essere stato vittima di bullismo. Ma i numeri, da soli, restano freddi. Angelica quei numeri li ha trasformati in volto, paura, amicizia, responsabilità.
Nel suo testo scrive che «spesso si pensa che il bullismo sia “solo una ragazzata”», qualcosa che fa parte del crescere. Poi affonda il colpo: «La verità è che il bullismo, e ancora di più il cyberbullismo, sono lame invisibili che tagliano in profondità». È il segno della lucidità di chi ha visto da vicino cosa accade quando una presa in giro smette di essere una battuta e diventa persecuzione.
Angelica racconta la storia di un suo caro amico, preso di mira per aver indossato una felpa rosa. Un colore trasformato in colpa. Un indumento diventato pretesto per insulti, derisioni, isolamento, fino alla violenza. Una vicenda che richiama inevitabilmente quella di Andrea Spezzacatena, “il ragazzo dai pantaloni rosa”, citato dalla studentessa nel suo elaborato insieme ad altre testimonianze affrontate in classe.
«Per una “semplice” felpa, un colore che stupidamente viene ancora attribuito solo alle ragazze, è stato escluso, ha iniziato a sentirsi sempre più solo», scrive Angelica. Il ragazzo lascia il calcio, evita la scuola, scappa dai luoghi frequentati dai coetanei. Gli adulti, inizialmente, leggono quel cambiamento come svogliatezza, pubertà, chiusura passeggera. Invece era dolore.
Qui il testo smette di essere soltanto una riflessione e diventa testimonianza civile. Angelica vede il suo amico spegnersi. Decide di scrivergli. Riesce a farsi raccontare tutto. E scopre che quel dolore era arrivato a un punto pericoloso, con il rischio concreto che il ragazzo potesse farsi del male.
A quel punto arriva la scelta più difficile: rispettare il segreto dell’amico o parlare con la madre per salvarlo. «Avevo paura che, parlando, lui potesse odiarmi o sentirsi tradito, ma avevo ancora più paura di diventare complice del suo silenzio», scrive. È forse il passaggio più maturo dell’intero elaborato. Perché spiega una cosa che molti adulti faticano ancora a dire: farsi i fatti propri, davanti a un dolore così, non è discrezione. È abbandono.
Angelica parla. Si “intromette”, come scrive lei stessa. E proprio quel gesto diventa l’inizio della salvezza: «Le mie parole a sua madre sono state le “pietre” con cui abbiamo costruito un muro di protezione intorno a lui». Oggi l’amico sta meglio, è tornato a sorridere e a frequentare i luoghi che amava.
Questo riconoscimento, però, non appartiene solo ad Angelica. Appartiene anche a una scuola capace di ascoltare. Ai docenti che non si limitano a correggere un elaborato, ma sanno leggere tra le righe, riconoscere una crepa, capire quando una pagina non è soltanto un compito, ma una richiesta d’aiuto. La scuola, quando funziona così, non è solo luogo di istruzione: è presidio umano.
Per questo Angelica Zero è, simbolicamente, la Bitontina dell’anno. Perché ha portato il nome della città al Senato, certo. Ma soprattutto perché ha ricordato a tutti che il coraggio non è non avere paura. Il coraggio è averla e scegliere comunque di fare la cosa giusta.
Le parole possono essere pietre, scrive Angelica. Possono colpire, escludere, demolire. Ma nelle mani giuste possono diventare fondamenta, ponti, riparo. Angelica le ha usate così. E Bitonto, oggi, può esserne fiera.
















