Le Calcare, antiche strutture produttive ormai dimenticate nel tempo, erano costruzioni in muratura, edificate con la tecnica delle “pietre a secco”, di forma tronco conica simile nell’aspetto ad un trullo tronco, alte circa 3 metri e di diametro massimo interno di metri 5, utilizzate per la produzione di calce “viva” mediante la cottura di sassi calcarei.
La “Calcara” appartiene al tipo di forno a “fuoco intermittente”, che prevede, cioè, l’interruzione del funzionamento al termine di ogni ciclo di cottura, per consentirne lo svuotamento ed il carico successivo. Adiacenti, un grande pozzo e due ambienti, uno destinato a ricovero o dormitorio degli operai e l’altro semiipogeo adibito presumibilmente a deposito. Sul lato sinistro della tozza struttura era presente un piccolo cunicolo con apertura quadrangolare attraverso il quale veniva accesa ed alimentata la calcara. Intorno alla struttura poi si svolgeva una scala in pietra, attraverso cui raggiunge la bocca della calcara.

Per costruire una “calcara” occorrevano una quindicina di operai (carcarari), i quali scavavano un fosso profondo 3 metri per 5 di diametro e ne rivestivano le pareti con pietre sino al livello del suolo. Da qui si continuava ad allineare pietre sempre più grosse e lunghe sino a formare un muro circolare alto circa 3 metri (camisa). Nella parte esposta a mezzogiorno, veniva lasciata un’apertura (ingresso di alimentazione) per il passaggio della legna davanti alla quale sostavano gli operai a turni di 6 ore l’uno, mentre sul lato opposto veniva creato un piccolo ambiente utilizzato dagli operai per ripararsi dal freddo, dal vento e dalla pioggia. Dopo aver raccolto una grande quantità di sassi calcarei, si provvedeva a sistemarli all’interno con precisione sino a formare un basso e largo cono la cui sommità veniva rivestita da uno spesso strato d’argilla (cappella di ricopertura) al fine di evitare qualsiasi dispersione di calore. Sul fondo veniva lasciato uno spazio vuoto per l’introduzione della legna da ardere. Il fuoco, prodotto dalla combustione della legna sottostante, costantemente alimentato per 3 giorni e 3 notti, sviluppava una temperatura interna di 800 gradi, tale da provocare nei sassi grandi cambiamenti dovuti alla dispersione dell’acqua contenuta in essi, rendendoli molto leggeri e friabili. Tale procedimento (cottura), richiedeva la presenza costante degli operai vicino alla fornace che veniva costantemente alimentata e controllata. Il rivestimento della calotta superiore d’argilla, a seguito dell’alto calore, seccandosi si screpolava, creando piccole fessure dalle quali fuoriuscivano piccole lingue di fuoco di colore bianco intenso, azzurro e rosso, creando di sera un magnifico spettacolo.
Successivamente quando i sassi erano definitivamente cotti, un forte odore di uova marce si espandeva nell’aria, a questo punto si cessava l’introduzione della legna da ardere. Passati alcuni giorni si provvedeva a “scaricare” la calcara eliminando inizialmente lo strato di argilla sovrastante e scaricando i sassi divenuti ormai leggerissimi. Questi ultimi, trasportati sul cantiere, immersi in apposite vasche contenenti acqua, formavano la calce ”spenta”. L’uso della calce per la preparazione di malte leganti le murature di pietra, in sostituzione all’argilla, ha origine in età romana.
In età medievale, dove il cantiere edile è una delle massime espressioni delle capacità tecniche, artistiche ed organizzative della società, si continua a farne ampio uso, anche se durante l’Alto medioevo per la costruzione degli edifici più modesti, viene sostituita dall’argilla, materiale più facile da reperire. La calcara medievale non differisce molto da quella romana, quest’ultima descritta da Catone nel suo “De Agricultura” (160 a.C.). Dall’alto medioevo sino all’età moderna, la calcara subisce minimi cambiamenti, come attesta quella illustrata nella settecentesca “Encyclopedie” di Diderot e D’Alembert, simile nell’aspetto alla nostra calcara sita in via Giovinazzo, che non presenta differenze sostanziali nel funzionamento con quella descritta da Catone.

A partire dal XIV secolo, in Italia, legislazioni statutarie tutelano gli acquirenti di calce definendo i requisiti del prodotto commerciale, il suo prezzo e le misure da impiegare nella vendita, ordinando ai “calcinieri” (venditori di calce) di giurare che “bene et legaliter et rette ponderabunt calcinam”, pena una multa di 100 soldi. Mescolando tramite la “marra” (un attrezzo dal manico molto lungo simile ad una zappa) calce con acqua ed aggreganti (sabbia, frammenti di laterizi, ecc), si produceva la calcina, la quale versata in appositi vassoi in legno o ampi secchi, veniva trasportata da manovali sul cantiere, dove i muratori, dopo averla nuovamente mescolata con la cazzuola, ne stendevano uno strato sui vari mattoni o pietre da mettere in opera.
La calce oggi è utilizzata soprattutto per intonaci e per malte bastarde (miscelandola al cemento), ed è acquistata già pronta e confezionata in sacchetti presso i rivenditori. Attualmente le nostre antiche calcare, piccoli gioielli di archeologia industriale, in discreto stato di conservazione, nascoste da rovi e piante di fichi d’india, dormono tranquille nella campagna tra il caldo abbraccio degli argentei ulivi penduli, sognando un laborioso passato ormai perduto.
















