di Gigi Antonucci
Il Festival di Woodstock, tenutosi tra il 15 e il 18 agosto 1969 a Bethel, nello stato di New York, rappresenta uno dei momenti più iconici e mitologici della storia della musica e della cultura giovanile del Novecento. Nato come evento commerciale, si trasformò rapidamente nel simbolo definitivo della controcultura hippy, del pacifismo e della generazione degli anni Sessanta.
L’idea originale fu concepita da quattro giovani imprenditori che volevano costruire uno studio di registrazione a Woodstock e, per finanziarlo, pensarono di organizzare un grande concerto all’aperto, dopo vari rifiuti da parte delle comunità locali, un proprietario terriero affittò la sua vasta fattoria di 600 acri a Bethel.
Gli organizzatori si aspettavano circa 50.000 o 60.000 spettatori. Ne arrivarono oltre 400.000, trasformando l’evento nel terzo centro più popoloso dello stato di New York in quei giorni. Le strade furono completamente bloccate, costringendo gli artisti ad arrivare sul posto in elicottero. I cancelli dovettero essere aperti, rendendo il festival completamente gratuito. Mancavano cibo, acqua potabile e bagni sufficienti, ma nonostante il fango causato da piogge torrenziali e la situazione al limite dell’emergenza umanitaria, il pubblico mantenne uno spirito straordinario di condivisione e cooperazione pacifica (“Peace and Love“).
Il successo logistico e umano di Woodstock smentì le previsioni catastrofiche dei media tradizionali e delle autorità. Nonostante le condizioni meteorologiche avverse, la mancanza di cibo, acqua e servizi igienici, non si verificarono episodi di violenza grave. La gestione dell’emergenza si basò sul supporto reciproco, sulla condivisione delle risorse e sul lavoro delle organizzazioni comunitarie locali e di gruppi come la Hog Farm (una comune hippie guidata da Wavy Gravy che curò la distribuzione del cibo).
Per centinaia di migliaia di giovani, il festival rappresentò la prova tangibile di non essere un’eccezione isolata, ma di far parte di un movimento di massa compatto e alternativo al mainstream.
Woodstock fu la vetrina mondiale dei valori della controcultura:
– La contestazione dei modelli familiari borghesi e la liberazione sessuale.
– Il consumo diffuso e aperto di cannabis e psichedelici (LSD), integrato nella ricerca artistica e spirituale della gioventù dell’epoca.
Il rock cessò definitivamente di essere semplice intrattenimento per diventare il veicolo primario di espressione filosofica e politica.
Woodstock si collocò nel punto di massima tensione della Guerra del Vietnam. La musica e i messaggi lanciati dal palco incarnarono l’opposizione viscerale al conflitto:
La celebre esecuzione strumentale dell’inno americano (The Star-Spangled Banner) da parte di Jimi Hendrix destrutturò il simbolo del patriottismo USA.
Il festival evidenziò anche una frattura interna al movimento giovanile:
Da un lato vi era l’ala più politicizzata (come gli Yippies guidati da Abbie Hoffman), che cercava la scontro istituzionale diretto. Dall’altro prevaleva la visione “utopico-pacifista”, fondata sull’idea che il cambiamento sociale dovesse avvenire attraverso la trasformazione individuale, la musica e la convivenza pacifica, piuttosto che la lotta politica formale.
Woodstock rimase un unicum irripetibile: il momento in cui l’utopia degli anni ’60 sembrò, per tre giorni di fango e musica, una realtà tangibile prima di scontrarsi con i drammatici eventi di fine decennio (gli omicidi della Manson Family, la tragedia del concerto di Altamont nel dicembre 1969 e la fine dei Beatles nel 1970).
Sul palco si alternarono 32 tra i più grandi artisti dell’epoca, molti dei quali scrissero pagine fondamentali della storia del rock.
Jimi Hendrix
Fu l’ultimo a esibirsi, la mattina di lunedì 18 agosto. Davanti a un pubblico ormai ridotto a poche migliaia di persone sfinite, salì sul palco con la sua band e regalò una performance leggendaria. La sua reinterpretazione psichedelica, distorta e straziante dell’inno nazionale americano (The Star-Spangled Banner), in cui simulava i suoni di bombe e sirene, divenne la colonna sonora visiva della protesta contro la guerra del Vietnam.
The Who
Salirono sul palco nel cuore della notte tra sabato e domenica. Durante la loro esibizione accadde un celebre fuori programma: l’attivista radicale Abbie Hoffman salì sul palco per protestare contro l’incarcerazione di John Sinclair (leader dei White Panther). Pete Townshend lo colpì violentemente con la sua chitarra per farlo scendere. Nonostante la tensione, suonarono un set memorabile incentrato sull’opera rock Tommy.
Santana
Fino a quel momento erano una band relativamente sconosciuta fuori dalla Bay Area. La loro combinazione di rock, blues e ritmi latini, guidata dal virtuosismo del giovane chitarrista Carlos Santana (che suonò “Soul Sacrifice” sotto l’effetto di sostanze psichedeliche), folgorò il pubblico, lanciandoli verso il successo mondiale.
Janis Joplin
La regina del blues-rock si esibì accompagnata dalla Kozmic Blues Band, offrendo una performance intensa e viscerale, nonostante l’ansia e le lunghe ore di attesa dietro le quinte.
Crosby Stills Nash & Young
Per loro Woodstock fu la seconda esibizione dal vivo in assoluto. Inizialmente terrorizzati dalla folla oceanica, suoneranno un set prima acustico e poi elettrico che definirà il folk-rock del decennio successivo.
Joan Baez
Incinta di sei mesi, cantò brani di protesta folk e spirituals a cappella, chiudendo la prima giornata del festival in un’atmosfera intima nonostante la pioggia.
Richie Havens
Fu l’artista che aprì il festival, suonando per quasi tre ore perché gli altri musicisti erano bloccati nel traffico. Improvvisò sul palco il brano gospel-blues Freedom, che divenne il manifesto dell’evento.
Joe Cocker
La sua reinterpretazione ruggente e teatrale della canzone “With a Little Help from My Friends” dei Beatles mandò in visibilio il pubblico, mimando con le braccia il movimento di chi suona la chitarra e la batteria.
Creedence Clearwater Revival
Con Bad Moon Rising misero in scena un rock and roll tellurico e ipnotico che risuonò nella notte di sabato, diventando uno dei momenti più energici del festival.
Woodstock dimostrò che una moltitudine immensa di persone poteva convivere pacificamente senza l’uso della forza o della repressione, diventando il picco massimo della cultura hippy. Tuttavia, segnò anche la fine di un’era: l’anno successivo, il festival di Altamont (organizzato dai Rolling Stones) si concluse tragicamente con la violenza e la morte, chiudendo bruscamente l’innocenza di quegli anni. Nonostante ciò, il nome “Woodstock” rimane sinonimo di libertà, fratellanza e del potere unificante della musica.
Nel 1970 il festival divenne un film ( che vi consiglio di vedere) e nelle sale cinematografiche italiane si poteva vedere di tutto. Mamme che accompagnavano le figlie e ragazzi che cantavano e ballavano.
Uno spettacolo nello spettacolo.
















