Rubrica a cura di Gigi Antonucci
Pubblicato il 16 giugno del 1972, l’album omonimo dei Roxy Music rappresenta uno dei debutti più folgoranti, destabilizzanti e profetici dell’intera storia del rock. In un’epoca dominata dalle derive solenni del progressive e dalla rudezza del primo hard rock, la band guidata dal dandy Bryan Ferry e dal manipolatore sonoro Brian Eno irrompe sulla scena con un oggetto alieno. L’opera fonde la nostalgia romantica degli anni Cinquanta, l’estetica pop art e un’urgenza d’avanguardia futuristica, gettando le basi per il glam, la new wave e il synthpop a venire.
Il viaggio comincia con Re-Make/Re-Model, vero e proprio manifesto programmatico. Il brano si apre con il brusio di un party aristocratico, interrotto da un riff di pianoforte martellante. Non è solo una canzone d’amore bizzarra (dedicata a una donna identificata solo dalla targa di un’auto, CPL 593H), ma un gioco in cui ogni strumento ha uno spazio solista per citare influenze disparate: la chitarra di Phil Manzanera graffia, il sax di Andy Mackay evoca il free-jazz e i sintetizzatori di Brian Eno distorcono la realtà.
Con Ladytron, l’atmosfera si fa ipnotica e cinematografica. L’introduzione di Mackay all’oboe, immersa nel riverbero e nelle manipolazioni di Eno, crea un paesaggio fantascientifico medievale. Il canto di Ferry è un lamento melodrammatico, vampiresco e seducente, che esplode in un finale ritmico serrato sorretto dalle chitarre spaziali, dimostrando come la band sapesse unire il lirismo decadente alla sperimentazione elettronica.
If There Is Something è forse il capolavoro strutturale dell’album. Diviso idealmente in tre movimenti, parte come un countryrock sghembo guidato dal pianoforte e da un sax pastorale. A metà percorso, il brano subisce una mutazione drammatica: il ritmo rallenta, Mackay disegna uno dei soli di sax più struggenti del rock e Ferry canta con un vibrato disperato che implora memoria e amore eterno (“I would do anything for you”). È una progressione emotiva devastante che culmina in un finale estatico e malinconico.
La seconda metà del disco offre perle altrettanto audaci. 2HB è un sofisticato omaggio a Humphrey Bogart (da cui il titolo, To Humphrey Bogart) e alle atmosfere noir di Casablanca. Qui il piano elettrico di Ferry dialoga con un sax pesantemente trattato dai filtri di Eno, creando una ballata fumosa e minimalista.
L’energia torna a salire con The Bob (Medley), una complessa suite bellica avant-rock ricca di effetti sonori che simulano bombardamenti, mentre Chance Meeting evoca un romanticismo spettrale ispirato al film Breve incontro. Il finale è affidato a Bitters End, un bizzarro pezzo d’avanguardia cantato in uno stile da crooner d’altri tempi che si sgretola sotto il peso di armonie vocali eccentriche.
I Roxy Music, con questo esordio, scardinano l’autenticità ruspante del rock dell’epoca opponendovi l’artificio, il pastiche e l’eleganza estetica. Bryan Ferry inventa la figura del crooner (cantante di musica leggera che predilige toni lenti e sentimentali) post-moderno, diviso tra l’esistenzialismo e il dandy d’alto borgo; Brian Eno ridefinisce il ruolo del musicista non-tecnico, usando il sintetizzatore come un pennello per alterare i colori acustici degli altri membri. Roxy Music non è stato solo un grandissimo disco di canzoni, ma il Big Bang di un’estetica in cui il look, l’art-school e il suono sintetico sono diventati una cosa sola. Nella copertina appariva la modella Karl-Ann Muller che avrebbe poi sposato il fratello di Mick Jagger, Chris.
















