di Gigi Antonucci
Nell’era della riproducibilità digitale e delle playlist pregenerate dagli algoritmi, l’estate 2026 richiede un atto di ribellione sensoriale. Niente incarna la libertà, il calore dell’asfalto e l’immensità dell’orizzonte marino come il rock degli anni ’60 e ’70. In questo connubio perfetto il viaggio non è semplicemente uno spostamento geografico, ma uno stato mentale, e il mare non è solo uno sfondo, ma un magnete emotivo.
Questa playlist è strutturata come un vero e proprio itinerario giornaliero e concettuale: parte dal mattino presto con l’eccitazione della partenza, rallenta nelle sfumature psichedeliche del tramonto e si accende nella notte profonda intorno a un falò.
Il viaggio comincia prima dell’alba, quando l’aria è ancora frizzante e l’attesa della meta riempie l’abitacolo. Le chitarre di questa sezione hanno il compito di spingere sui pistoni e mimare il ritmo delle ruote sulla strada.
Steppenwolf – Born to Be Wild (1968)
L’incipit perfetto per qualsiasi odissea estiva. Il riff di chitarra di Mars Bonfire non è semplicemente musica, è il suono di un motore che si accende. Quando John Kay canta di “cercare l’avventura in qualunque cosa si incontri sul cammino”, codifica il manifesto della cultura del viaggio libero. L’energia primordiale del pezzo cancella all’istante la stanchezza cittadina e proietta la mente verso l’ignoto geografico. ( parte della colonna sonora del film Easy rider)
Canned Heat – Going Up the Country del 1968
Un invito all’evasione bucolica guidato dal celeberrimo riff di flauto di Jim Horn e dalla voce in falsetto di Alan Wilson. È il brano del distacco, del lasciare alle spalle il cemento per muoversi verso un luogo dove l’acqua sa di vino. Il suo andamento blues rilassato e saltellante è perfetto per i primi chilometri autostradali, quando la città scompare nello specchietto retrovisore.
Una cavalcata di quasi otto minuti in cui la sezione ritmica ricrea perfettamente la progressione ipnotica delle superstrade californiane. Ray Manzarek tesse un tappeto di tastiere che sembra imitare i pali della luce che scorrono fuori dal finestrino, mentre Jim Morrison, nel suo ultimo ruggito con la band, canta di motel isolati e autostrade a perdita d’occhio. Il rallentamento centrale segna il passaggio ideale verso i paesaggi selvaggi della costa.
The Allman Brothers Band – Midnight Rider (1970)
Il Southern rock introduce la polvere e la determinazione del viaggiatore solitario. Con il suo intreccio di chitarre acustiche e la voce profonda e consumata di Gregg Allman, questo brano evoca l’ostinazione di chi non si ferma mai, guidando anche quando la notte si fa d’inchiostro, con la certezza che la strada, prima o poi, porterà alla salvezza dell’oceano.
















