a cura di Gigi Antonucci
Pubblicato nel 1972, “Radici” non è solo il terzo album di Francesco Guccini, ma rappresenta il punto fermo della sua poetica. Se i lavori precedenti risentivano ancora di certe ingenuità beat, qui il Maestrone di Pavana trova la sua voce più autentica, sospesa tra il rigore dell’intellettuale e la schiettezza dell’uomo di osteria.
Il tema centrale, come suggerisce il titolo, è la ricerca identitaria attraverso il tempo e lo spazio. L’apertura è affidata alla monumentale “Radici“, un brano che trasforma la casa dei vecchi in un tempio della memoria, dove gli oggetti diventano simulacri di un passato contadino ormai svanito. “La casa sul confine dei ricordi “ è un’archeologia sentimentale che rifiuta la nostalgia sterile per farsi indagine sociologica.
Tuttavia, il disco è celebre soprattutto per due pilastri della canzone d’autore italiana. Da un lato La Locomotiva, ballata anarchica “fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria” dal sapore epico che trasforma un fatto di cronaca in un mito universale di ribellione contro l’ingiustizia. Dall’altro “Incontro“, una riflessione lancinante sullo scorrere del tempo, sulla perdita delle illusioni giovanili e sulla morte che “ci assedia”, scritta con una prosa poetica che non ha eguali per densità emotiva: “come in un libro scritto male lui si era ucciso per natale”.
Musicalmente, l’album segna l’inizio della collaborazione con i musicisti bolognesi garantendo un suono folk-rock più maturo, dove le chitarre acustiche dialogano con tastiere e sintetizzatori in modo mai invadente. Non mancano episodi più leggeri o sarcastici come Piccola città o la colta Il vecchio e il bambino, favola ecologista ante-litteram che chiude il cerchio del passaggio generazionale o ancora la Canzone dei dodici mesi, inno al tempo che scorre, tra colte citazioni e natura viva. Un capolavoro di etica e poesia folk.
In “Radici”, Guccini riesce a nobilitare il quotidiano, trasformando la provincia emiliana in un microcosmo universale. È un disco che parla di dove veniamo per aiutarci a capire, forse, dove stiamo andando. Un’opera che, a distanza di decenni, conserva intatta la sua forza narrativa e la sua etica civile.

















