Rubrica a cura di Gigi Antonucci
Pubblicato nel 1965, rappresenta uno dei punti più alti della produzione di Nina Simone, un’opera imprescindibile per comprendere la complessità stilistica ed emotiva della “Sacerdotessa del Soul”. In questo disco, l’artista statunitense fonde magistralmente jazz, blues, pop sofisticato e canzone d’autore francese, trasformando ogni traccia in una narrazione personale e profonda.
Eunice Kathleen Waymon, in arte Nina Simone, non è mai stata una semplice cantante. Pianista di formazione classica che ha dovuto rinunciare alle sale da concerto per motivi di segregazione razziale, porta nella sua musica una padronanza tecnica e un’urgenza espressiva uniche. Nel 1965, mentre l’America vive le lacerazioni del movimento per i diritti civili, la Simone incide un album che non è apertamente di protesta sociale come il precedente In Concert – Pittsburgh, ma che incarna una rivoluzione intima e vocale. La sua voce — un contralto scuro, vibrante, intriso di malinconia e fierezza — domina l’intero disco, trasformando arrangiamenti orchestrali sofisticati in veicoli di pura catarsi.
L’album si apre con la traccia che intitola l’album, una reinterpretazione del classico di Screamin’ Jay Hawkins. Dove l’originale puntava su un’espressività viscerale e teatrale, Nina Simone trasforma la traccia in una dichiarazione d’amore ossessiva, raffinata e profonda. Il contrasto tra l’arrangiamento dei fiati e la sua interpretazione vocale rende il brano un classico immortale.
Adattamento in inglese del brano di Charles Aznavour (L’Amour C’est Comme Un Jour). Con una sezione ritmica incalzante e fiati
vibranti, la Simone trasforma la canzone in un inno alla resilienza personale e al riscatto, anticipando la sua futura forza nell’ambito del movimento per i diritti civili.
Una delle interpretazioni in lingua francese più celebri del capolavoro di Jacques Brel. Accompagnata da un arrangiamento d’archi malinconico e sobrio, la voce di Nina è intima e carica di pathos. Il contrasto tra la fragilità del testo e la stabilità del suo controllo vocale rende questa versione memorabile.
Tratto dal musical di Broadway The Girl Who Came to Supper, questo pezzo smorza la tensione emotiva dei primi tre brani con un tono ironico e sofisticato.
Una ballata poetica ed elusiva guidata da arpeggi delicati e un’atmosfera sospesa. La voce di Nina Simone qui è morbida e misurata, dimostrando la sua capacità di dominare registri dinamici più contenuti e contemplativi.
Scritta dal marito e manager dell’epoca Andy Stroud, è una traccia contaminata dal calypso e dal pop dell’epoca. Con il suo ritmo incalzante e leggero, offre un momento di evasione ritmica a metà del disco.
Scritta da Anthony Newley e Leslie Bricusse per il musical The Roar of the Greasepaint – The Smell of the Crowd, è diventata una delle canzoni simbolo di Nina Simone. L’apertura a cappella stabilisce una tensione palpabile prima che l’orchestra esploda in un groove blues maestoso.
Composta dal chitarrista della sua band, Rudy Stevenson, è una ballata malinconica che unisce elementi folk-pop e jazz. L’interpretazione poggia su una narrazione intima, supportata da delicati intrecci di chitarra e archi.
L’unico pezzo interamente strumentale dell’album, anch’esso a firma di Rudy Stevenson. Qui emerge la formazione classica e la padronanza pianistica di Nina Simone, impegnata in un dialogo blues serrato con la chitarra e la sezione ritmica.
Altro brano tratto dal musical The Roar of the Greasepaint…. In meno di due minuti, la Simone e l’orchestra costruiscono una traccia dinamica e dal respiro teatrale, che riflette sulla speranza e sulla ricerca di un mondo migliore.
Secondo riadattamento di Charles Aznavour presenti nel disco (Il Faut Savoir). Una riflessione dolciastra sulla fine di un amore e sulla necessità di andare avanti con dignità, sorretta da un tempo lento e da un fraseggio vocale misurato.
Il disco si chiude con un secondo pezzo firmato da Andy Stroud, un R&B brillante e ritmato.
I Put a Spell on You rimane un capolavoro senza tempo, perfetto punto d’incontro tra l’eleganza degli arrangiamenti pop-jazz degli anni ’60 e l’incomparabile forza espressiva di un’artista irripetibile.

















