di Gigi Antonucci
Pubblicato nel maggio del 1970, quando i Beatles avevano già annunciato la separazione, Let It Be rimane uno dei dischi più discussi e affascinanti della storia del rock. Nato con il titolo provvisorio Get Back, il progetto originario mirava a riportare la band alle proprie radici “live”, abbandonando le complesse sovraincisioni che avevano caratterizzato gli anni di Sgt. Pepper. Tuttavia, le sessioni di registrazione si trasformarono in un calvario di tensioni interne.
Il disco è figlio di un paradosso produttivo. Dopo essere stato accantonato per mesi, il materiale venne affidato alle mani di produttore, che applicò dei profondi interventi in studio a brani nati per essere spogli. Nonostante le polemiche sulla produzione, l’album contiene vette compositive assolute che sprigionano quell’energia rock ‘n’ roll che aveva reso i quattro di Liverpool i re del mondo.
Ciò che rende Let It Be unico è la sua natura frammentaria. Brani brevi come Maggie Mae o i dialoghi registrati in studio conferiscono all’opera un sapore di “dietro le quinte”, rendendola una testimonianza umana e vulnerabile. Non è un album perfetto e coeso come Abbey Road, ma è proprio in questa sua imperfezione che risiede la sua forza: è il suono di quattro geni che cercano di ritrovarsi un’ultima volta sul tetto della Apple Corps per un concerto rimasto nella storia del rock.
Across the Universe è il capolavoro psichedelico di Lennon. Un brano celestiale, scritto anni prima, che qui trova una veste orchestrale imponente. Le parole “Jai Guru Deva Om” cullano l’ascoltatore in un mantra cosmico, offrendo un contrasto netto con la ruvidezza rock di altri passaggi.
Let it be (lascia che sia) Paul la scrisse dopo aver sognato la madre Mary durante le tormentate sessioni di registrazione. È un inno alla resilienza, un gospel pianistico che, nonostante il disprezzo di Lennon (che la trovava troppo “ecclesiastica”), è diventato il simbolo universale della fine di un’era.
The Long and Winding Road rappresenta il pomo della discordia: la ballata malinconica di Paul fu sommersa da Spector con cori e archi monumentali, creando un muro del suono che McCartney non perdonò mai, ma che conferisce al disco quel tono di addio definitivo e grandioso.
In definitiva, Let It Be non è solo un disco, ma l’emozionante e malinconico addio di una band che ha cambiato per sempre il corso della musica moderna.

















