Rubrica a cura di Gigi Antonucci
Ci sono album che nascono sotto una buona stella e altri che emergono dalle ceneri di un fallimento apparentemente inevitabile. John Barleycorn Must Die, pubblicato dai Traffic il primo luglio1970, appartiene di diritto alla seconda categoria. Originariamente concepito come il primo album solista di un giovanissimo ma già monumentale Steve Winwood (sotto il titolo provvisorio di Mad Shadows), il disco si trasformò nel miracoloso manifesto della reunion di una delle band più influenti del rock britannico.
Nel 1969, i Traffic sembravano giunti al capolinea. Steve Winwood aveva abbandonato il gruppo per unirsi al supergruppo Blind Faith con Eric Clapton, un’esperienza tanto fulminea quanto logorante. Rimasto solo e insoddisfatto, nei primi mesi del 1970 Winwood si chiuse in studio a comporre e registrare da solo, suonando quasi tutti gli strumenti. Tuttavia, sentendo la mancanza di un’interazione organica e di quella spinta creativa che solo i vecchi compagni potevano dargli, decise di chiamare il poliedrico Chris Wood (fiati) e il dinamico Jim Capaldi (batteria).
I tre si ritrovarono trasformati in un power-trio anomalo, dove le tastiere di Winwood sostituivano la chitarra solista e i fiati di Wood tessevano trame psichedeliche. Il risultato fu un’alchimia perfetta tra folk progressivo, jazz-rock e soul bianco.
L’album si apre con la splendida Glad, un pezzo interamente strumentale guidato dal pianoforte trascinante di Winwood e dal sassofono energico di Wood. È una dichiarazione d’intenti: il jazz sposa il rock con una naturalezza disarmante, introducendo senza sosta la successiva Freedom Rider. Qui, il flauto travolgente di Wood crea un’atmosfera sospesa e
sognante, su cui si innesta la voce soul, calda e potentissima di Winwood, capace di toccare vette espressive rare per l’epoca.
Il lato più intimo ed ecologista emerge in Empty Pages, un soul-rock sofisticato dominato dall’organo Hammond, Capolavoro epico tremendamente struggente: la voce di Winwood e l’organo Hammond creano una perla folk-soul eterna.
Stranger to Himself, un brano pop-rock dal groove trascinante in cui Winwood suona quasi tutti gli strumenti, sigillando un disco privo di riempitivi. Ma è con John Barleycorn, che l’album tocca il suo vertice assoluto e concettuale.
Il brano è la rielaborazione di un canto tradizionale folk inglese del XVI secolo. “John Barleycorn” (Giovanni Chicco d’Orzo) è la personificazione della birra e del whisky: la canzone racconta i “torti” e le violenze subite dal personaggio (la mietitura, la trebbiatura, la bollitura) per poter essere trasformato in alcol. Una metafora antica sulla ciclicità della vita, della morte e della rinascita.
L’arrangiamento dei Traffic è magistrale: la chitarra acustica e il flauto antico di Wood cullano la voce evocativa di Winwood, trasportando l’ascoltatore in un’Inghilterra medievale e pagana, lontana dalle frenesie moderne.
L’album si chiude con Every Mother’s son capolavoro epico tremendamente struggente: la voce di Winwood e l’organo Hammond creano una perla folk-soul.
John Barleycorn Must Die non è solo il picco commerciale e artistico dei Traffic, ma rappresenta un momento cruciale in cui il rock si è scoperto colto, radicato nella tradizione eppure proiettato verso il futuro. Un disco senza tempo che, a distanza di cinquantasei anni, conserva intatta la sua straordinaria freschezza pastorale e la sua debordante energia spirituale.
















