a cura di Gigi Antonucci
Uscito nel settembre del 1970, Abraxas (il titolo deriva da una citazione del libro Demian di Herman Hesse ) non è solo il capolavoro assoluto dei Santana, ma è il manifesto definitivo del rock latino. Se l’esordio omonimo aveva presentato al mondo l’energia grezza della band dopo l’esplosione di Woodstock, questo secondo lavoro ne raffina la formula, elevando la commistione tra psichedelia, blues, jazz e ritmi afrocubani a una forma d’arte mistica e sensuale.
L’album si apre con le note cristalline di Singing Winds, Crying Beasts, un brano strumentale che funge da soglia d’ingresso in un mondo esotico. Ma è con la transizione verso Black Magic Woman / Gypsy Queen che il disco entra nella leggenda. il suo mantenere la nota all’infinito e il fraseggio lirico si intrecciano con le percussioni di José “Chepito” Areas e Michael Carabello, creando un ipnotismo erotico che culmina nell’esplosione ritmica finale.
La forza di Abraxas risiede nel suo equilibrio perfetto tra accessibilità pop e sperimentazione colta. Oye Como Va, cover di Tito Puente, ( musicista americano di mambo e latin jazz) trasforma il cha-cha-cha in un classico del rock da classifica. Al contempo, brani come Incident at Neshabur mostrano l’anima jazz-fusion della band, con cambi di tempo complessi che si estendono verso l’improvvisazione
Incredibile è anche Samba Pa Ti, forse lo strumentale per chitarra più celebre della storia. Qui Carlos dimostra che la velocità è nulla senza il sentimento: ogni nota sembra sospirata, trasformando la sei corde in una voce umana che piange e canta.
Abraxas è un album che vive di contrasti: è spirituale e carnale, urbano e tribale. La copertina stessa, tratta dal dipinto Annunciation di Mati Klarwein, riflette perfettamente questo sincretismo culturale. A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, il disco non ha perso un grammo della sua rilevanza. È la prova che la musica può abbattere i confini geografici e di genere, fondendo l’Africa, l’America Latina e il blues elettrico in un unico, travolgente rito collettivo. Un ascolto imprescindibile per chiunque voglia capire come il rock possa farsi danza e preghiera allo stesso tempo.
“Eravamo di fronte a lui e cominciammo a gelare dentro per lo sforzo. Abbiamo interrogato il dipinto, lo abbiamo vituperato, fatto l’amore con lui, pregato: lo abbiamo chiamato madre, lo abbiamo chiamato puttana e sgualdrina, lo abbiamo chiamato nostro amato, lo abbiamo chiamato Abraxas…”.

















