Mettiamolo subito in chiaro: noi non vorremmo mettere il “Ditonellapiaga” a tutta questa storia.
Però, è difficile fare finta di niente. Perché qui non siamo all’Ariston, ma a Palazzo di Città.
E il Festival — quello vero — almeno finisce. Il nostro, invece, somiglia sempre più a una “Magica favola” di Arisa, ma senza lieto fine garantito.
Il nostro Carlo Conti bitontino, il sindaco Francesco Paolo Ricci, prova a tenere insieme il cast.
Riunioni quasi quotidiane con tutte le forze della maggioranza, tavoli che si allungano, sedie che scricchiolano, telefoni che vibrano.
L’ipotesi è quella dell’azzeramento della giunta: un colpo di scena degno di Patty Pravo in “Opera“.
Sipario che cala, compagnia che cambia, qualcuno resta, qualcuno no.
Solo che il direttore artistico, più che dirigere, sembra trascinato dentro un “Labirinto” alla Luchè.
Tirato per la giacchetta da più parti, stretto tra equilibri interni e pressioni esterne, con la tentazione — legittima — di chiudere la partita con una decisione netta e riportare tutti a una linea comune. Ma la quadra ancora non arriva.
Nel frattempo, tra corridoi e telefonate, aleggiano gli “Avvoltoi” — alla Eddie Brock — pronti a planare su deleghe e assessorati. Per qualcuno è un “Male necessario” (citofonare Fedez & Marco Masini), per altri è semplice sopravvivenza politica.
A salvare qualche posto ci pensano i “Santi protettori” direttamente da Bari. Una perfetta serata delle cover: il politico barese che scende in campo e tutela il suo interprete locale. Benedizioni laiche, moral suasion, equilibri che si spostano. “Ai ai”, direbbe Dargen D’Amico, perché basta una nota fuori spartito e il concerto rischia di saltare.
Intanto l’ombra lunga di Amadeus incombe sul Teatro politico. L’ex sindaco Michele Abbaticchio osserva.
Si dice possa contare su un gruppo di cinque, forse sei consiglieri — dipende se il sesto si recupera per un soffio. C’è chi resta “Naturale” come Leo Gassmann, chi si muove come “Animali notturni” alla Malika Ayane, protagonista di riunioni carbonare che ormai sembrano “Poesie clandestine” alla LDA & Aka 7even.
E mentre il Festival interno va avanti, la platea resta vuota.
Il 25 e il 26 febbraio due consigli comunali sono andati deserti: il primo, quello sul Bilancio — il più importante —; il secondo monotematico su piazza Moro. Appuntamenti percepiti quasi come un “(Che) fastidio“, come un’interferenza nella scaletta delle trattative. Una. O forse qualcosa di più strutturale.
Ma qui non si gioca con i ritornelli. Il Bilancio di previsione va approvato entro il 17 marzo.
Non sarà una “Stupida sfortuna” direbbe Fulminacci la naturale diffida della Prefettura.
Non è una canzone, è l’“Ora e per sempre” di Raf, l’atto di indirizzo che segna la rotta della città.
Non basta promettere un “Per sempre sì” alla Sal Da Vinci: bisogna dirlo a Bitonto, non alle correnti.
La città aspetta “Il meglio di me” — per dirla con Francesco Renga — da tutti. Si aspetta un nuovo “Italia starter pack” in versione locale: meno tatticismi e più visione, meno ossessioni personali e meno “Ossessione” alla Samurai Jay, più responsabilità condivisa.
C’è chi canta sognante “Ti penso sempre” come Chiello, pensando all’assessorato che potrebbe perdere, chi sussurra “Le cose che non sai di me”, alla Mara Sattei, per convincere tutti a restare o a farsi nominare, chi si muove tra i corridoi come “I romantici” di Tommaso Paradiso, convinto che alla fine tutto si ricomponga.
Speriamo solo che questo Festival trovi presto un finale.
Che il nostro Carlo Conti locale salga sul palco, annunci la nuova giunta e possa finalmente dire “Voilà”, come Elettra Lamborghini.
E che sia davvero una “Magica favola”. Ma con un finale scritto nei fatti, non solo nei titoli delle canzoni…
















