“Spero in un atto di responsabilità per il bene della città”.
Sono le poche parole che il sindaco ha destinato al telefono come commento alla situazione attuale.
Poche parole, ma pesanti.
Purtroppo, dopo il racconto di qualche giorno fa (che ripropongo qui), poco o nulla è cambiato.
Anzi: è peggiorato.
L’azzeramento di giunta richiesto da alcune forze della maggioranza al sindaco non s’ha da fare.
“L’azzeramento si fa quando si hanno già altri accordi pronti”, hanno commentato alcuni sottovoce. E questo accordo non c’è.
La spaccatura più evidente si sta consumando dentro il Partito Democratico, ormai anche a colpi di aforismi sui social. Michelangelo Bratta e Antonella Vaccaro – autosospesi dal loro storico partito in consiglio comunale – ma anche altri esponenti, non si sentono più rappresentati (o forse non lo sono mai stati) dall’assessore di riferimento Francesco Brandi e dal presidente del consiglio Domenico Pinto.
Una discussione che – dicono alcuni – dovrebbe avvenire all’interno del partito. Ma finché il sindaco non azzera la giunta, sostengono, non si può discutere nulla in assemblea.
Il sindaco Francesco Paolo Ricci avrebbe tentato più volte di riconvocare le forze politiche. Ma i tavoli si sarebbero conclusi con la riproposizione degli stessi nomi oppure con veti incrociati – anche baresi e sovracomunali – per difendere questo o quell’assessore. Magari anche da qualche politico “di peso” che proprio ieri ha attaccato su Repubblica l’operato del sindaco di Bari, Vito Leccese.
Il politico “di peso” di cui sopra invocherebbe per Bari un rimpasto dopo l’approvazione del bilancio. Cosa che potrebbe accadere anche a Bitonto, ammesso e non concesso che per approvare il bilancio di previsione, il prossimo 25 febbraio, il sindaco possa trovare i numeri necessari per sedere in consiglio ad alzare la mano. Al momento, gli assenti annunciati della maggioranza sarebbero sei.
Se il bilancio non dovesse passare, scatterebbe la diffida della Prefettura di Bari: 20 giorni di tempo, scadenza al 20 marzo.
Se anche allora non si raggiungesse il risultato, commissariamento dell’Ente fino a nuove elezioni.
Un’eventualità per la quale nessuno sembra pronto.
Molti si aspettavano anche un passo indietro, seppur momentaneo, da parte dello stesso Ricci. Le dimissioni avrebbero aperto 15 giorni di tempo per decidere e forse scosso più di una coscienza: “Imperium non est nisi in eo qui tenet”.
A scuotere davvero le coscienze, però, è stato il segretario del Pd, Nino Colasanto, che mercoledì ha rassegnato le dimissioni parlando di “politica al limite del ridicolo”. Lunedì è prevista una riunione per eliminare “trasformisti e falsi moralisti”. Nella nota di convocazione si legge un riferimento nemmeno troppo velato al vicesindaco Marianna Legista e alla sua partecipazione ad eventi organizzati dalla Lega Salvini durante le regionali.
Accuse respinte dal gruppo di Rete Civica, che rivendica la libertà di voto a livello sovracomunale senza che ciò comprometta il sostegno alla maggioranza locale.
Ma la presenza della vicesindaco (che siede da otto anni accanto prima ad Abbaticchio, poi a Ricci) non è il nodo centrale. Sembra piuttosto lo spostamento del baricentro di una discussione che ormai si consuma pubblicamente sui social.
E mentre la maggioranza cerca un equilibrio che non trova, la crisi si è trasferita in un altro luogo: Facebook.
Il presidente del Consiglio, Domenico Pinto, nel suo post ha parlato di responsabilità, di popolo affidato, di bene comune. Parole pesanti, quasi liturgiche, in una sera di mercoledì delle ceneri. Un richiamo alla coscienza più che alla strategia. Righe che seguivano un’altra battuta: da Kafka a Beckett. Dalla burocrazia opprimente all’assurdo dell’attesa. Ironia, certo. Ma anche un modo per dire che la politica rischia di diventare teatro.
Francesco Brandi ha scelto Platone. Il potere dovrebbe spettare a chi non lo desidera. Una citazione che suona come una difesa, ma anche come un avvertimento: chi combatte per il potere non lo fa sempre per la comunità.
L’ex sindaco Nicola Pice gli ha risposto ricordando che i veri filosofi al potere arrivano “per sorte divina”. Un modo elegante per dire che tra teoria e realtà c’è sempre un abisso.
Colasanto, ha alzato i toni rispondendo. Non si è detto filosofo. Ha parlato di concentrazione del potere, di uomini che si illudono che la carica li renda migliori.
Infine Bratta, che ha evocato Sócrates e la “Democracia Corinthiana”: vincere o perdere, ma sempre con democrazia. Come a dire che il problema non è il risultato, ma il metodo.
Ed è forse questo il punto.
Non è solo una questione di poltrone.
Non è soltanto un rimpasto mancato.
È una discussione su chi decide e su come si decide.
Nel frattempo, il sindaco chiede responsabilità.
La città aspetta il bilancio.
Il 25 febbraio dirà se questa è una crisi passeggera o l’inizio di qualcosa di diverso.
Quel che resta tra i commenti, i like, e gli screen dei post che viaggiano alla velocità su Whats’app è la città, che lentamente muore, nell’immobilismo generale.

















