«Bisogna votare. Sì o no, ma bisogna farlo».
È l’appello al voto della professoressa Angela Ruggiero, che ieri, in piazza Aldo Moro, ha moderato l’incontro organizzato dalla sezione Anpi di Bitonto “Carla Nespolo” per promuovere la partecipazione al referendum dell’8 e del 9 giugno e le ragioni del Sì a tutti e cinque i quesiti referendari.
Un referendum definito “patriottico”, con particolare riferimento al quinto quesito, volto ad accorciare da dieci a cinque i tempi per poter presentare la richiesta di cittadinanza italiana per coloro che risiedono in Italia, condividono i nostri valori e rispettano le nostre leggi, affinché non siano più ingiustamente penalizzati.
«Quelli che andremo a votare sono quesiti per la dignità del lavoro» ricorda Domenico Ficco, segretario generale della Cgil di Bari: «Quel lavoro che era stato pensato, da chi scrisse la Costituzione, per essere strumento di emancipazione economica. Dopo tanto tempo è ancora così? No. Il concetto di lavoro è stato stravolto da diversi governi. In questo paese, oggi, si è poveri pur lavorando. Al netto dei meriti di cui si vanta il governo, la povertà assoluta è aumentata, ma la novità è che tra i nuovi poveri ci sono persone che lavorano, come confermato anche dalla Caritas diocesana. Una su quattro tra coloro che per mangiare si rivolgono alla Caritas ha un’occupazione. In Italia c’è un problema di salari non dignitosi, occupazione precaria. Spesso per raggiungere un reddito che permetta di vivere dignitosamente c’è bisogno di più lavori. Molti rapporti di lavoro nascono e muoio0no nel giro di pochissimo tempo. Come le paghiamo le pensioni se i lavoratori, non avendo redditi idonei, non possono pagare i contributi».
Ficco interviene anche sui licenziamenti illegittimi: «È necessario riequilibrare i rapporti tra datore e lavoratore. Anche se vincesse il sì, si potrà licenziare, come si è sempre potuto fare. Ma oggi i datori hanno un’arma in più. L’obiettivo del referendum è riequilibrare i rapporti per disincentivare i licenziamenti ingiusti».
«C’è inoltre un problema di sicurezza sul lavoro. Possibile che ancora oggi è possibile morire andando al lavoro» continua Ficco, ricordando il tragico caso di Luana D’Orazio, la 22enne morta a maggio 2021 per un incidente sul lavoro: «Il maggior numero di incidenti avviene nell’ambito di appalti e subappalti. Vogliamo che tutti siano considerati responsabili, non solo l’ultimo anello della catena. Quanti altri devono ancora morire affinché si faccia qualcosa?».
Dello stesso avviso Sabino De Razza (Rifondazione Comunista): «Abbiamo tre morti al giorno, per negligenza del padronato o per l’assenza di controlli da parte dello stato italiano. Un record incredibile. Sono aumentati i ritmi di lavoro e questo spesso è causa di minore attenzione e, quindi, più incidenti».
Sulla cittadinanza, De Razza rifiuta quanto spesso è propagandato dai detrattori del quesito: «Non è un referendum lontano da noi. Anche i migranti sono lavoratori, spesso ricattati a causa della loro condizione, costretti ad accettare condizioni di lavoro ingiuste. E questo va a scapito di tutti i cittadini».
Sempre sulla sicurezza del lavoro si concentra Rocco Quarto, rappresentante dell’Unione degli Studenti, che si scaglia contro le normative per l’avvio al lavoro dei ragazzi: «Spesso ci illudiamo che servano per imparare un mestiere, ma non è vero. Spesso si espongono i ragazzi a rischi veri, perché chiamati a svolgere mansioni per cui non sono qualificati. Chi manda un ragazzo al lavoro deve garantirgli sicurezza. Invece il primo approccio al lavoro per i ragazzi è caratterizzato da precarietà, orari flessibili e insicurezza».
















