Nel giorno in cui il Consiglio comunale avrebbe dovuto restituire alla città un confronto serio sui punti all’ordine del giorno la discussione pubblica si è spostata altrove. Sull’ennesimo scontro personale, rimbalzato poi sui social, dove la politica cittadina sembra ormai consumare le sue energie migliori in schermaglie da cortile.
L’episodio è avvenuto durante la seduta del 31 luglio. Oggetto del confronto, secondo quanto ricostruito, erano le segnalazioni sui conferimenti irregolari dei rifiuti. L’assessore Giuseppe Santoruvo avrebbe invitato la consigliera Carmela Rossiello a segnalare eventuali comportamenti scorretti. Rossiello avrebbe replicato di averlo già fatto, anche discutendo direttamente con cittadini indisciplinati, precisando però di poterlo fare nei limiti del tempo libero, perché impegnata nel proprio lavoro. In quel passaggio avrebbe aggiunto, rivolgendosi all’assessore, una frase sul fatto di non sapere se anche lui lavorasse.
Da lì, il clima si è acceso. Santoruvo, fuori microfono, avrebbe reagito con un riferimento al ruolo di madre della consigliera. Una frase che Fratelli d’Italia Bitonto, con una nota firmata dai consiglieri Domenico Damascelli e Francesco Toscano, dal coordinamento cittadino e dagli iscritti, ha definito gravemente offensiva verso Rossiello, donna, madre e dirigente scolastica. Il partito ha espresso solidarietà alla consigliera, ritenendo insufficienti le scuse poi arrivate via Facebook dall’assessore.
Santoruvo, dal canto suo, ha respinto ogni accusa di intento sessista o denigratorio. In un post pubblico ha spiegato di aver reagito dopo una serie di affermazioni che considera offensive nei suoi confronti, tra cui espressioni come “cervello piccolo” e riferimenti al fatto che lui non lavorerebbe. Ha ammesso di aver pronunciato una frase infelice, parlando di un «rimbrotto dettato dall’amarezza», e ha chiesto scusa qualora la consigliera si fosse sentita offesa. Allo stesso tempo, attraverso il proprio legale, ha contestato la ricostruzione diffusa da FdI, annunciando valutazioni nelle sedi competenti.
Il punto politico, però, resta un altro. Bitonto arriva da settimane difficili: sicurezza, furti, rifiuti, Tari, gestione degli spazi pubblici. Questioni che meriterebbero un Consiglio capace di stare sui fatti, non di scivolare ogni volta nella zuffa verbale. Invece, ancora una volta, il dibattito si è ridotto a post, accuse, repliche, minacce di querele e comunicati di partito.
La città non ha bisogno di teatrini. Ha bisogno di amministratori e consiglieri che discutano, anche duramente, ma restando all’altezza del luogo in cui siedono. Perché il Consiglio comunale non è una bacheca social con i microfoni accesi. È l’aula in cui si dovrebbero cercare soluzioni. E quando il confronto pubblico si abbassa fino a questo livello, a perdere non è solo una parte politica. Perde l’istituzione. E con essa, purtroppo, perdono i cittadini.
E forse il segnale più eloquente è arrivato proprio quando il presidente del Consiglio Domenico Pinto, dopo l’ennesimo richiamo all’ordine rivolto ai consiglieri, avrebbe lasciato trapelare tutta la stanchezza del momento con una battuta dal sapore amaro, riferita al fatto che, a furia di battere la mano sullo scranno per richiamare l’attenzione, avrebbe esclamato: «m fac meul la meun». La sensazione diffusa è che la misura sia colma e che la città meriti finalmente un livello di confronto un po’ più rispettoso e meno estenuante.
















