Li abbiamo visti spesso, negli ultimi tempi. Ogni venerdì su piazza Cavour, ai piedi di Porta Baresana, ma non solo. Anche in occasione del Beat Onto Jazz Festival e durante un incontro organizzato a Bitonto da Sinistra Italiana, alla presenza di Nico Bavaro, esponente della segreteria nazionale del partito. Parliamo dei volontari bitontini dell’associazione “Donne in nero”. Si chiama così, ma al suo interno non ci sono solo donne. Persone che, con i propri corpi, vestite di nero, ribadiscono in rigoroso silenzio il proprio “no” al genocidio palestinese, al riarmo europeo e alla guerra. Si tratta di un movimento pacifista internazionale fondato da alcune donne israeliane a Gerusalemme, nel gennaio del 1988, in seguito allo scoppio della prima intifada, per protestare contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
«Siamo dentro un passaggio storico drammatico, numerose guerre insanguinano il mondo, e in Palestina, dopo oltre 75 anni di occupazione ed apartheid, Israele sta compiendo un genocidio sotto i nostri occhi, sotto gli occhi del mondo che guarda e, con indifferenza, decide di non intervenire» ha spiegato la professoressa Rosanna Perillo, nel corso di una delle uscite pubbliche del gruppo: «Invece di costruire ponti di pace, le classi dirigenti occidentali sostengono Israele rendendosi complici del genocidio a Gaza. I governi occidentali scelgono la corsa agli armamenti, così come già avvenuto più di un secolo fa alla vigilia della prima guerra mondiale, incanalandosi lungo una deriva pericolosa che vede rilanciare l’economia di guerra e la restrizione degli spazi di democrazia».
Uno scenario di fronte al quale, per l’associazione non è possibile tacere: «Seppure con il silenzio, noi urliamo il nostro dissenso, perché stare ferme significherebbe arrendersi. E noi non vogliamo arrenderci all’idea che le armi siano lo strumento naturale per risolvere i conflitti del mondo e che non ci sia alternativa allo stato di guerra permanente.
Noi diciamo no al riarmo europeo, posizione colpevolmente sostenuta anche da settori del cosiddetto campo progressista, in quanto la politica del riarmo è una trappola ideologica e politica. La pace è una politica. Essa va caparbiamente perseguita affinché non faccia più parte della storia. La guerra è morte, la pace è vita, crescita, speranza e futuro.
La pace deve essere perseguita come l’unica opzione possibile contro l’idea nefasta di un Europa dei nazionalismi che ci riporta ai tempi bui della nostra recente storia. Noi diciamo no alla guerra perché le radici storiche delle guerre risiedono nell’ordine simbolico patriarcale, ovvero nella costruzione storica dei ruoli che sono stati attribuiti a donne e uomini, imperniata sul binarismo di genere, sulla gerarchizzazione, sull’affermazione di una virilità aggressiva che legittima socialmente la violenza contro le donne e le soggettività non binarie, codificando il potere di un solo genere, trasformando l’altra e l’altro da sé in nemico e portando a percepire come necessario e giusto l’ordine materiale e mentale della guerra».
No alla guerra, dunque «perché è storicamente sempre avvenuto che la guerra esterna ha sempre comportato una guerra interna, contro i diritti di tutte e tutti, contro chi non si conforma. Dire no alla guerra e al genocidio è una scelta consapevole fondata sull’umanità, sulla critica al patriarcato, sulle logiche economiche che nella guerra, ora finanche nel genocidio, trovano le forme per la propria riproduzione e per il moltiplicarsi delle proprie ricchezze. La guerra diventa forma di lucro, come, con coraggio, ha denunciato Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Noi diciamo che quello attuale è un momento cruciale per l’Unione europea, che sino ad ora ha negato, o addirittura giustificato, le gravi violazioni del diritto internazionale compiute da Israele».
Per “Donne in nero”, l’Unione europea e i suoi stati membri hanno l’obbligo di vietare ogni forma di commercio e investimento che possa contribuire a queste gravi violazioni: «Ogni giorno in cui l’Unione europea continua a non agire aumenta il rischio di complicità con le azioni di Israele. Come denunciato da molte associazioni, tra cui Amnesty International, la situazione nella Striscia di Gaza è drasticamente peggiorata. Israele continua a utilizzare la fame della popolazione civile come arma di guerra, nell’ambito del genocidio in corso. Ogni giorno persone palestinesi vengono uccise mentre cercano di accedere al cibo presso i punti di distribuzione controllati militarmente. All’inizio di questa settimana il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha apertamente invocato il trasferimento forzato di 600mila persone palestinesi, in quella che, con sfregio verso l’intelligenza, hanno definito la “città umanitaria”, E nel resto del Territorio palestinese occupate, le persone palestinesi continuano a subire attacchi sempre più violenti da parte di coloni sostenuti dallo stato israeliano e operazioni militari che causano morti, feriti e il trasferimento forzato di Intere comunità. Noi Donne in nero chiediamo la fine del genocidio, l’interruzione di ogni forma di collaborazione economica con lo stato di Israele e una chiara e netta opposizione al riarmo europeo. La pace è una politica, la più alta forma di politica da espletare in ogni tempo ed in ogni luogo».

















