Da oggi, fino all’11 settembre, Ruvo di Puglia sarà invasa da suoni, voci e visioni, grazie alla serie di concerti “Uscimmo a riveder le stelle”, ideati e diretti da Pino Minafra. Una tre giorni pensata per emozionare e far riflettere. Villa Fenicia, alle porte del centro abitato, farà da cornice.
Il titolo dei concerti prende in prestito i versi danteschi, ma è il pensiero di Antonio Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, a illuminare il senso più profondo: un invito a ricominciare anche quando tutto sembra perduto. Un percorso che per Minafra è frutto del vissuto personale. Un dolore privato – la scomparsa della moglie, la clavicembalista Margherita Porfido – si trasforma in rinascita, attraverso arte e bellezza.
Come è riuscito a trasformare un lutto così grande in un musica e arte?
«Siamo ancora segnati da questa tragedia. C’è stata la pressione di mio figlio Livio nel coinvolgermi in nuovi eventi. Un’ulteriore pressione è arrivata leggendo le parole di Antonio Gramsci nelle Lettere dal carcere, che invitano, quando tutto crolla, a ricominciare da capo, facendo affidamento sulle proprie forze, senza aiuti esterni».
Si comincia il 9 settembre con l’apertura al pubblico delle prove del progetto “Pino Minafra & La Banda”, un ensemble storico che da trent’anni porta la musica italiana in tutta Europa. Qual è il segreto della sua longevità?
«Il segreto è il connubio tra tradizione e contemporaneità. Questo ha permesso di compiere un percorso che nessuna altra banda al mondo è mai riuscita a realizzare, con tournée in Inghilterra, Francia, Austria, Germania. Oggi però la banda attraversa un momento di crisi. Per questo ho deciso di rimboccarmi le maniche e ricompattare il gruppo, per tenerlo in vita. Da questa fatica stanno già nascendo nuovi semi».
Domani la serata si aprirà con un confronto generazionale ad alta intensità: il giovane sassofonista Vincenzo Di Gioia, dialogherà musicalmente con la batteria irriverente e sperimentale di Vincenzo Mazzone. Quanto è importante favorire incontri generazionali?
«Sono sempre stato attento a ciò che il territorio partorisce in termini di qualità. Ecco perché guardo a Vincenzo Di Gioia come a un elemento di straordinario valore artistico, ma anche di grande sorpresa. Per me è stato naturale offrirgli la possibilità di esprimersi accanto a un’altra “anima libera”, quella di Vincenzo Mazzone, con cui suono da cinquant’anni. Due generazioni accomunate dallo stesso spirito libero».
La tre giorni si concluderà giovedì con un concerto corale e festoso: Pino Minafra & La Banda saranno affiancati da ospiti straordinari come Michel Godard, la fisarmonica di Leonardo Di Gioia. Alla direzione si alterneranno Michele Di Puppo, Nicola Cotugno, Livio Minafra. Il repertorio spazierà da marce sinfoniche a composizioni contemporanee, senza dimenticare l’omaggio a Nino Rota. Che tipo di esperienza vuole regalare al pubblico?
«Da sempre punto a dare una visione ampia della banda: il suo è un suono ancora tutto da esplorare. Non mi interessa chiudermi negli standard jazz. La mia bussola è una frase di Tolstoj: “Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio”. In ognuno di noi, in ogni paese, c’è qualcosa di unico. Tutti i grandi artisti hanno messo qualcosa di sé nella propria arte ed è questo a renderli unici. Il jazz stesso nasce contaminato. Un connubio di culture, grido d’amore ma anche dolore. Dentro ho ritrovato l’anima del Sud emarginato, costretto a sacrificare milioni di persone partite da questa terra dalle potenzialità enormi. Il mio intento più profondo è da sempre di dare attenzione a questa terra, troppo spesso trascurata».

















