La traduzione teatrale dell’epistolario di Velia (Titta) e Giacomo (Matteotti) andata in scena due sere fa al Teatro Traetta Bitonto è stata davvero suggestiva.
Un sapiente intreccio tra la storia d’amore tra i due sullo sfondo della tragedia del delitto Matteotti e dell’ascesa del fascismo.
Lui, una figura di spicco tra i socialisti italiani, un leader di assoluta intransigenza, per il quale l’etica coincide con la politica Lei, una ragazza di cultura spiritualista, che vuole esser una moglie più che una compagna di lotta.
Le lettere palpitanti di vivide emozioni che i due si sono scambiati dal 1912 al 1924 riescono a narrare non solo una vicenda amorosa, ma anche a mettere a fuoco comportamenti politici e, in prospettiva, situazioni drammatiche della vicenda italiana fra la prima guerra mondiale e il fascismo.
Il dialogo intimo che Velia e Giacomo intessono tra di loro si fa finestra che si apre sulla vita parlamentare di quegli anni, lettura di avvenimenti, valutazione di un fare politica, delineazione di una figura intransigente e tormentata quale è stata quella di Matteotti.
Dalla felicità di una coppia al precipizio in una lotta incessante destinata a concludersi con un delitto per aver smascherato i brogli commessi dai fascisti durante le elezioni del 1924.
Il regista dello spettacolo Raffaele Rago ha ricordato la genesi di quest’opera teatrale attentamente raccontata da David Riondino, lasciando poi il palco ai due attori per dare corpo e voce all’epistolario. Una incisiva Gaia Masciale che ha saputo dare spessore profondo e sfumature sensibili ai modi di sentire e di reagire di Velia sino alla toccante sua ultima lettera, da Milano, in cui racconta a Giacomo una visita a Brera: «Quanto tempo che non venivo in questi luoghi quieti di bellezza e ristoro. Tu non c’ eri ma ti avevo nel cuore».
Accanto a Gaia Masciale uno straordinario Michele Eburnea che ha saputo mirabilmente variare la tecnica tonale per meglio far comprendere in profondità la sostanza umana del suo personaggio. Una narrazione teatrale che spiega l’affermazione tucididea che la storia è acquisto perenne.
Mi sono venute in mente le parole di Gaetano Salvemini: «Detestavo i fascisti, e non avevo fiducia negli antifascisti. Me ne stavo tra i miei libri, risoluto a non entrar più in politica… ma quando lui fu ucciso mi sentii in parte colpevole. Lui aveva fatto tutto il suo dovere: e per questo era stato ucciso. Io non avevo fatto il mio dovere: e per questo mi avevano lasciato stare. Se tutti avessimo fatto il nostro dovere, l’ Italia non sarebbe stata calpestata, disonorata da una banda di assassini».















