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Home » Un debutto atteso quattro anni: “Fay’s River” di Okiko conquista e commuove il Traetta

Un debutto atteso quattro anni: “Fay’s River” di Okiko conquista e commuove il Traetta

Nel programma per la Giornata contro la violenza sulle donne, lo spettacolo è un atto di rinascita e di resistenza, un inno all’amore che continua fin quando la Luna vorrà. Il racconto avvincente di una giornalistattrice

Carmen Toscano by Carmen Toscano
28 Novembre 2025
in Cultura e Spettacolo
Un debutto atteso quattro anni: “Fay’s River” di Okiko conquista e commuove il Traetta
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“Fay’s River – sulle tracce di Morgana” non è stato solo uno spettacolo.

È stato un viaggio illuminato da una nuova luna. Un richiamo antico, una voce che ha attraversato ogni attore di Okiko The Drama Company ben prima di salire sul palco del Teatro Traetta, la scorsa domenica.

Siamo ancora bloccati lì. Sento ancora il battito del mio cuore, così forte da sembrare sul punto di esplodere. Ogni debutto è come la prima volta, ma questo spettacolo è stato diverso da tutti gli altri.

Lo abbiamo atteso così a lungo da stentare a credere che il giorno fosse davvero arrivato. Quattro anni di attesa hanno reso tutto più intenso: quel tremore nelle mani, questa volta, si è trasformato in pura magia.

Il nostro vissuto, le nostre emozioni, sono arrivate al pubblico in modo profondo, totale. La nuova produzione di Okiko The Drama Company, scritta e diretta dal regista Piergiorgio Meola con coreografie di Magda Brown, ha emozionato, ha generato applausi a scena aperta, lacrime, brividi e la sensazione collettiva di assistere a un rito.

L’evento è stato inserito nel programma promosso dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Bitonto per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: un contesto che amplifica il valore simbolico e civile dell’opera. E mentre tutto accadeva, mentre il pubblico respirava con noi, ho capito che stavamo davvero chiudendo un cerchio. Poi è arrivato quel momento.

Quel gioco di luci di Ars Technologies di Andrea Mundo. Quell’occhio. L’occhio apparso durante gli applausi finali, come un sigillo. Mi ha spiazzata: era come se il ponte tra il mondo delle anime e il nostro si stesse chiudendo davvero, come se le storie che avevamo riportato in vita trovassero finalmente pace. Un cerchio che si chiude. Una rinascita che comincia.

Morgan (Teresa La Tegola), reincarnazione contemporanea di Morgana (Magda Brown), è stata la chiave. Con il suo libro, “Fay’s River”, ha aperto un portale: ha riportato in vita ciò che era rimasto sospeso. È lei che, con il potere della vista, ha permesso alle anime di Morgana e Lancillotto, Ginevra e Re Artù, Merlino e Vivian-Violet (Stefania Sannicandro) di ricongiungersi e compiere un destino rimasto irrisolto per troppe vite. E noi, insieme, abbiamo lasciato che la Luna ci guidasse.

La Luna che custodisce, illumina, perdona. E in scena quella Luna aveva un corpo, un respiro, un ritmo: l’interpretazione sospesa e magnetica di Francesca Aresta ha incarnato la sua luce antica, mentre la Notte, affidata ai movimenti fluidi e avvolgenti di Angelica Andriani, ne diventava il contrappunto necessario. Insieme, con il loro movimento scenico, hanno tirato le fila di quel cerchio che continuava ad aprirsi, guidando lo scorrere della storia come forze cosmiche che osservano, proteggono, intrecciano. La Luna ha accolto i personaggi come figli della sua stessa luce.

“Fay’s River” restituisce il fascino immortale del ciclo arturiano, ma ciò che lo rende unico è la scelta narrativa. Morgana come protagonista assoluta. Fata, Strega, Sacerdotessa delle Acque di Avalon, figlia della Luna. «Donna incompresa, non creduta — la definisce il regista Meola —. Una Donna che vive nel suo sentiero e per questo considerata oscura, ambigua, troppo astuta e ingannatrice… perché Donna».

Parole che risuonano con forza nella settimana dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne e alla violenza di genere. Perché Morgana incarna una ferita universale: essere percepite come “oscure” solo perché più profonde, più libere, più vere. La sua storia diventa così, nelle parole del regista, “la consapevolezza di non smettere mai di lottare. La lotta di Morgana non è mai finita. E fin quando la Luna vorrà….” Nel passato, Morgana vedeva i cicli del tempo, le crepe del destino, ma non poteva chiuderli. Nel presente, Morgan è la donna che finalmente può agire, incarnare la visione, completare ciò che la sua antenata non ha mai potuto compiere sotto la guida della sua Violet, nonché la dama Vivian e le sue tre sacerdotesse Nimue (Rossella Rutigliano), Coven (Giorgia Schiraldi) e Raven (Simona Izzo).

Il suo monologo lo rivela chiaramente: “Devo fidarmi della voce che porto dentro da troppe vite… ho le voci di tutte quelle donne che prima di me hanno affrontato il volere del destino (…) Ti avevo promesso di risolvere il grande errore”. Morgan non scrive solo un libro, riporta in vita Ginevra (Carmen Toscano), Lancillotto (Marco Montagna), Merlino (Michele D’Amore), Artù (Francesco Mitolo) e Morgana stessa. Permette loro di completare ciò che era rimasto incompiuto, ridando ordine, chiusura, pace. E quando il cerchio si chiude, le vite che si erano rincorse per secoli trovano finalmente il proprio posto: Ginevra torna dal suo amato, Morgana ritrova la sua voce e il passato smette di chiedere riscatto.

Ginevra, però, rimane la sua nemesi. È una donna che si è persa nell’ombra di un amore corroso, che l’ha portata a manipolare, implorare, controllare, compiere gesti dettati dal possesso e dalla gelosia. Non un mostro: una donna ferita che non si è mai sentita abbastanza. Quando una donna sacrifica sé stessa pur di essere amata, consegna agli altri il potere sul proprio volere — ed è lì che tutto si spezza. Il riscatto arriva quando trova il coraggio di guardare la propria ombra, affrontare i suoi demoni e tornare al centro di sé stessa. Ginevra rappresenta tutte quelle donne che riescono a liberarsi da dinamiche di possesso, paura, ricatto emotivo. C’è violenza in tutto ciò che ti corrode, che spegne la tua luce, che ti convince di dover meri are l’amore. La sua rinascita dimostra che si può interrompere il ciclo, si può cambiare la storia, si può tornare libere. Ginevra si salva quando smette di trattenere, controllare, manipolare; quando sceglie di non distruggersi più con le sue paure; quando decide di perdonarsi e farsi perdonare dalla sua nemesi.

Gwen (Rosa Masellis), la sua reincarnazione nel presente, è la voce di questa rinascita: una forza che diventa indipendenza, scelta, capacità acquisita di mettersi nei panni dell’altra donna e riconoscerne la luce, in un mondo che troppo spesso alimenta competizione e rivalità. Grazie all’amore e al suo volere, riesce a vedere meglio quella che è Morgana.

E poi c’è la dama Vivian, donna del lago e devoto amore del saggio Mago, la coscienza silenziosa delle acque da cui tutto nacque e in cui tutto ritorna. È la figura femminile che custodisce la verità dei legami, il peso delle promesse. Ha vissuto la dissoluzione degli equilibri, è custode del passato, specchio del presente. È la voce che calma e permette alla verità di emergere senza violenza. È grazie alla sua capacità di tenere insieme ciò che è stato che tutto torna al proprio posto. A rendere possibile il suo ruolo da custode sono state le sue tre sacerdotesse, Nimue, Coven e Raven che guariscono, guidano, donano il potere della vista. Quel tocco di magia e rituale antico che caratterizza l’opera.

Il cuore maschile del racconto arturiano è sempre stato narrato come un insieme di eroi, re e cavalieri. Ma Fay’s River compie un gesto coraggioso: li guarda da vicino, li scarnifica, li rende uomini veri. Uomini feriti, uomini chiamati a una scelta, uomini che non dominano il destino ma ne sono vittime e testimoni, quanto le donne. Ogni figura maschile ha una funzione precisa nella chiusura del cerchio. Artù è il portatore del destino: una nobiltà silenziosa che subisce, fino a dover cercare la sua stessa morte, un ciclo che continua a ripetersi. Il giovane figlio di una stirpe potente che condannò se stesso per imprudenza e rabbia contro colui che chiamava fratello. È stanco di rivivere le stesse ferite, di perdere le persone che ama e alla chiusura del cerchio ritrova, finalmente, la sua pace. Lancillotto è l’amore spezzato, il desiderio che divora e la lealtà che si frantuma. È l’uomo che ama Morgana senza poterla avere per tanto tempo, che ama la luce ma è intrappolato nell’ombra, che vorrebbe salvare tutti ma finisce per perdere se stesso. È proprio la sua ferita a creare il primo errore che Morgan è costretta a risolvere nel presente. Merlino è la memoria: il custode degli equilibri, capace di comprendere ciò che gli altri non vedono. Rappresenta l’uomo che ascolta, che guida senza imporre e che capisce davvero la portata dei sentimenti. Non è solo un mago, ma è la coscienza di molte vite insieme alla sua dama Vivian. Nel presente, questi archetipi trovano nuova linfa. Jack (Davide Ventura), erede moderno di Lancillotto, è l’amore guarito che finalmente sa aspettare. È questo che permette a Morgana di ritrovarlo: perché questa volta lui è davvero lì per lei. È l’amore che non pretende, non possiede, che completa. Andrew (Lorenzo Palmieri), la trasposizione presente di Artù, è la pace dopo la frattura. Porta dentro di se l’impronta di ciò che è stato il re, ma non prova rabbia né sete di riscatto. È un uomo che guarda avanti, il ponte perfetto perché il cerchio possa chiudersi. È l’uomo fedele, capace di accogliere, comprendere, restituire pace.

Sono questi uomini che accompagnano le donne del racconto nel loro percorso volto a trasformarsi, sciogliersi, liberarsi. Perché il cerchio, per chiudersi davvero, aveva bisogno anche delle loro ombre, della loro luce, della loro fragilità. E allora sì: un cerchio si è chiuso davvero. E noi ne siamo stati testimoni. E custodi. Fin quando la Luna vorrà, continueremo a raccontare le storie che chiedono di tornare alla luce.

Tags: okiko the drama company
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