Dopo il successo della prima serata, il festival itinerante “SiamoTu – Il teatro degli Ulivi”, giunto alla sua terza edizione, prosegue il suo cammino.
Il prossimo appuntamento è atteso per venerdì 11 luglio con “Il cammino del tuo arco”, scritto e diretto da Cecilia Maggio e portato in scena dalla compagnia AttoreMatto. Lo spettacolo si terrà presso l’atrio della scuola primaria Don Milani a Bitonto, con ingresso alle ore 20 e sipario alle 20:30.
Intanto, il festival ha debuttato in grande stile con il sold out de “L’Odiato”, produzione di Piergiorgio Meola e messa in scena da Okiko the Drama Company, domenica sera, sotto un cielo pregno di Magia e nella suggestiva cornice della Cittadella del Bambino di Bitonto, impreziosita dalle coreografie di Magda Brown.
Ma più che un semplice debutto, L’Odiato è stato uno spazio aperto tra mito e presente, tra parola e silenzio, tra chi cerca e chi finalmente decide di non attendere più. Il mito di Ulisse qui non si racconta, si interroga. Si scompone. Si traduce in un viaggio intimo dove il protagonista non combatte più guerre, ma cerca se stesso tra gli scogli dell’identità e i naufragi dell’amore.
A interpretare un Ulisse contemporaneo – nella sua doppia essenza giovane e adulta – sono stati Emanuele Licinio e Davide Ventura, guidando lo spettatore in un percorso emotivo immerso tra le onde di un mare vivo e cangiante, incarnato da Francesca Aresta, Simona Izzo, Rossella Rutigliano, Giorgia Schiraldi e Carmen Toscano: un mare che è memoria, presagio, conoscenza, desiderio e amore.
«Un solo uomo percorre le sue vite, i suoi Amori, le sue storie – ha dichiarato il regista –. Gli Dei osservano e Ulisse diviene Nessuno, sfida se stesso amando. Calipso, che ha il volto di Rosa Masellis, lo nasconde; Nausicaa, interpretata da Angelica Andriani, lo ascolta; Atena – incarnata da Magda Brown – lo guida. E nel mentre Circe (Stefania Sannicandro) e Penelope (Terry La Tegola) attendono. Una a Itaca, l’altra a Eea».
Il racconto si apre oltre i confini della celebre Telemachia, dove il giovane Telemaco (Emanuele Licinio), figlio di Ulisse e Penelope, nel dialogo silenzioso con il suo mare interiore smette di cercare un padre perduto e approda infine a un nuovo “porto sicuro”: le braccia di Circe. In lei, la maga e la dea, termina l’attesa e vince l’amore autentico. La trama si dilata e raggiunge anche l’eco dimenticata della Telegonia, il poema post omerico che narra ciò che viene dopo: il ritorno a Itaca, la dissoluzione del legame con Penelope e la fine di Ulisse, ucciso dal figlio Telegono (Lorenzo Palmieri), nato dall’unione con Circe.
Quello che ci si chiede è: cosa resta dell’eroe quando cade la maschera?
«Sei tutti e Nessuno. È questo che sconfigge l’Ulisse dei nostri tempi – ha risposto Meola-. Vuole il mondo, ma non vuole che qualcun altro ne faccia parte. Vuole conoscere ma non vuole essere conosciuto. Vuole tutto e in cambio non vuol dare nulla. Vuole essere Tutto pur essendo Nessuno. E quando Nessuno crede di aver vinto ancora, perde ogni cosa. E perderà. Perché in fin dei conti è un destino già scritto. La verità è più forte di ogni umano trucco. Al mare non si sfugge».
E cosa o chi diventa l’attesa quando smette di tacere? Meola dona una nuova voce a Penelope. La sua fedeltà non è cieca sottomissione a un nome o a un ritorno promesso. È fedeltà al sentimento autentico, alla dignità, alla lucidità di chi sceglie di salvarsi.
«Prima credevo che Penelope rappresentasse la devozione assoluta, la fedeltà, l’attesa ripagata -ha raccontato il regista-. Col tempo e le varie esperienze, anche sceniche in cui io stesso ho interpretato la Penelope che silenziosa attende, ho capito che era sbagliato credere che non ci fosse stato un minimo turbamento. In questa storia troviamo una Sposa che attende il suo riscatto, che pretende di essere ascoltata. Ho dato voce a chi non ne ha avuta».
Così Penelope non vendica, non reclama, non si sacrifica più sull’altare dell’eroe atteso: vive l’amore autentico a cui è sempre stata fedele negli occhi e tra le braccia di chi riconosce come suo Ulisse, nonché il figlio che lui concepì con Circe. “Nessuno” è forse l’unico nome possibile per chi ha smarrito se stesso attraversando troppe vite. Ulisse morì per mano di Telegono. “Nessuno andò alla ricerca della verità”. È qui che lo spettatore si ritrova, tra quelle parole che sanno di resa e rinascita insieme.
«L’amore non è una lotta. Chiamarlo così è un ossimoro, è come dire che la guerra può farsi carezza – ha concluso Meola-. L’amore, quello vero, accade, travolge, riconosce. Non chiede di essere inseguito, non pretende ferite né attese infinite. Se ti lascia in bilico, se ti svuota, non è amore, è tossico silenzio. E a quell’amore travestito, a quella fame che si finge passione, non resta che una sola risposta: rifiutarlo. Perché l’amore non ferisce, salva».















