C’è, in un angolo di un paesone nomato forse Bitonto, un convento bizzarro e spassoso, animato da tre suore irresistibili, cotidie l’una contro l’altra armata di battute e motti di spirito: la madre superiora Suor Cipolla, caustica e infallibile (la solita, imperiosa Damiana Tuffo), Suor Parentesi, sagace ai limiti del graffiante (una convincente Marisa Valenza, pure sensibile autrice dell’opera) e Suor Acustica pasticciona anzichenò col suo inseparabile cornetto (Annamaria Galliani, un peperino irrefrenabile). Con loro, l’infaticabile factotum Biagio (troppo simpatico Angelo Bonasia).
Sennonchè, tre unità son troppo poche per tenere in vita il monastero delle Clementiniane scalze e da Roma si attivano per farne chiudere i battenti. Tutto questo, nonostante quella casa sacra ancora rappresenti un punto di riferimento etico e sociale per l’intera comunità cittadina e rechi conforto ai cuori tormentati come quelli di Teresina e Chelino, coniugi eternamente litigiosi (Nella Picciariello e Nicola Vacca: oltremodo strepitosi).
Piomba severo dal Vaticano don Fedele (austero e acuto Pino Memoli), intenzionato a portare a termine la sua missione, pur sentendo palpitare dentro il richiamo delle radici bitontine.
Il “trimuizzo” di Suor Cipolla, al momento di firmare, evita il tracollo e chiama in causa il medico sindaco Costocaro (ambiguo come un politico, ma pronto al riscatto Felice Coviello), persuaso a salvare quell’avamposto di comica bellezza spirituale pure dalla fiera oppositrice Francesca (gagliarda Mimma Colella).
Strappa mille risate e conquista pure l’inviato papale la messinscena finale con la “moltiplicazione” delle sorelle, escamotage suggerito nientepopodimeno che dall’arcangelo Gabriele al collaboratore onirico. A completare l’opera ci penseranno Luisianna e Gigino (Graziana Papappicco e Fabrizio Naglieri, emotivamente coinvolti) con i loro racconti di vita grondanti riconoscenza per quel luogo sacro che fu anche una scuola.
Alla fine, quando tutto è tenebra, una preghiera può schiudere un varco di luce nel buio, perché non bisogna arrendersi mai senza perdere la fede, in quanto “Sckitte Crìste ne pòute dèue na méune“.
Poco prima dello scrosciare lieto degli applausi del pubblico del tutto incantato, l’ideatrice della piéce, Marisa, ha voluto esprimere la sua profonda gratitudine a chi l’ha fatta salire sul palcoscenico, il dottor Michele Muschitiello, sincero speleologo dell’anima bitontina, e a chi ha illuminato tutti con la sua luce interiore Tonia Sgaramella, commerciante vera.
E così, si ride (tanto) e si medita (idem) con questa creazione in dolce dialetto nostro della compagnia “U appatìme rùss”, andato in scena sotto l’egida della Federazione Italiana Teatro Amatori.
















