Da oltre 60 anni “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, capolavoro del drammaturgo britannico Tom Stoppard, continua a essere rappresentato nei teatri di tutto il mondo, affermandosi come uno dei testi più amati e influenti del teatro contemporaneo. Una commedia brillante e spiazzante che, partendo dall’Amleto di William Shakespeare, ne ribalta il punto di vista per interrogare lo spettatore sui grandi temi dell’esistenza: il caso, il destino, l’identità, il senso della vita.
Nel nuovo allestimento in scena (la scorsa settimana è arrivato anche in Puglia), l’umorismo tipicamente inglese di Stoppard si fonde con la tradizione della commedia dell’Arte, dando vita a uno spettacolo che accentua la dimensione comica e popolare del testo senza rinunciare alla sua profondità filosofica. Il risultato è una rilettura vivace e metateatrale che mette al centro l’assurdità dell’esistenza attraverso lo sguardo ingenuo e disarmato dei due protagonisti.
La vicenda dell’Amleto viene osservata “dal buco della serratura”: Rosencrantz e Guildenstern, personaggi marginali della tragedia originale, assistono agli eventi senza mai comprenderne davvero il senso, cogliendone solo i tratti più surreali e farseschi. Un’operazione che richiama quella già compiuta da Stoppard nella sceneggiatura di Shakespeare in Love, dove il dramma shakespeariano veniva raccontato dal suo dietro le quinte.
In scena, due interpreti di primo piano come Francesco Pannofino e Francesco Acquaroli vestono rispettivamente i panni di Rosencrantz e Guildenstern, trasformandoli in una coppia di maschere tragicomiche dal ritmo serrato e dall’ironia corrosiva. Accanto a loro, Paolo Sassanelli interpreta il Capocomico, figura chiave in questo gioco continuo di rimandi tra finzione e realtà.
Elemento centrale della messinscena è una grande macchina scenica di ispirazione medievale, che unisce il carro della Commedia dell’Arte al palcoscenico a due livelli del teatro elisabettiano. Una struttura mobile e trasformabile che, di volta in volta, diventa teatro, castello o nave, accompagnando lo spettatore in un viaggio visivo dinamico e sorprendente. Anche i costumi d’epoca partecipano a questa metamorfosi continua, rafforzando l’idea di un teatro che riflette su se stesso.
Ne emerge uno spettacolo dal sapore popolare, nel senso più autenticamente shakespeariano del termine: giocoso, stratificato, capace di divertire e al tempo stesso di stimolare una riflessione profonda. Un teatro che parla a tutti, senza rinunciare alla complessità, e che conferma l’attualità di un testo che, a distanza di decenni, continua a interrogare il nostro presente.
















