Questo non è un racconto storico.
I personaggi del racconto sono frutto di fantasia anche se si riferisce ad avvenimenti realmente accaduti.
Ho voluto solo evidenziare le atrocità e le sofferenze, a cui, da sempre, viene sottoposto il popolo inerme, soltanto per l’arrogante e spietata bramosia di potere di pochi.
LA BATTAGLIA DI BITONTO
DI ANGELA RESTA
Michele era un ragazzone alto e robusto di 15 anni, troppo alto per la sua età e quel giorno non aveva voglia di accompagnare i suoi genitori alla processione In onore della madonna che tutti gli anni si svolge a Bitonto.
Una grande festa con corteo storico, fuochi pirotecnici e festeggiamenti per tutta la città per ricordare una battaglia avvenuta il 25 Maggio del 1734.
«Andate avanti ma’ io vi raggiungo». «No!», rispose sua madre:«alla madonna si va tutti insieme, la madonna ci protegge e bisogna onorarla, per una volta cosa ti costa?». «Per una volta! io sono sempre venuto a vedere la processione, sono grande ma’ » rispose Michele a sua madre. «Questo stesso giorno di tanti anni fa, qui a Bitonto stava la guerra, la madonna ci ha salvati e tu, miscredente che non sei altro non vuoi vedere la madonna» aggiunse la mamma, continuando a farsi segni di croce, come a voler scongiurare un pericolo imminente.
Michele quella storia l’aveva sentita tante volte anche da suo nonno. Nella loro famiglia da generazioni si raccontava che un loro antenato era stato testimone della “Battaglia di Bitonto”. Quand’era piccolo lo inorgogliva sapere che lui avesse lo stesso nome del protagonista.
Ora, però era cresciuto, per non sorbirsi per l’ennesima volta il racconto rispose:«E no ma’, non me la raccontare, vengo a vedere la processione». Con la mente, il ragazzo, si vide bambino, seduto intorno al braciere nelle serate d’inverno, quando suo nonno gli raccontava questa storia.
Il 24 Maggio del 1734, Vito il padre di Michele al calar del sole se ne tornò a casa portandosi dietro il suo asino che di solito lasciava nel suo campicello dove aveva un pozzo ed un piccolo mulino ad acqua.
Appena tornato, chiamò in disparte Michele tredicenne, il maggiore di quattro figli e gli disse: «sarà battaglia fuori le mura, spagnoli contro gli austriaci.
Gli austriaci, comandati dal principe Belmonte, hanno chiesto ai notabili della città di poter ospitare i feriti, nella chiesa di San Francesco la scarpa, mentre le truppe sono già accampate a poche miglia dalla città nei pressi di Terlizzi. In caso i vincitori entrano in città, qualsiasi essi siano. Porta in salvo le tue sorelle e tuo fratello piccolo. Ad un mio segnale prendi tutti e nascondetevi nella cantina». La cantina come la chiamava lui era una buca scavata nel pavimento della stalla nella quale si entrava da una botola nascosta dalla paglia; a malapena riuscivano a stare quattro cinque persone sedute. «Porta un po’ di acqua e dei fichi secchi e In caso di pericolo non uscite per nessuna ragione da lì sotto».
Poi abbassando la voce per non farsi sentire dai più piccoli e dalla moglie aggiunse: «Se entrano in casa voi non uscite, e se scoprono il nascondiglio, esci subito tu, digli che sei solo e gli dai questa medaglia della madonna, è di oro; è stata benedetta da mio zio prete, me la regalò quando sposai tua madre, così ti lasciano andare». Mentre parlava al figlio era rosso in viso e madido di sudore cercava di non far trasparire la paura, Michele era terrorizzato, non credeva molto, forse non ci credeva nemmeno il padre, ma per ora la medaglia della madonna era l’unica speranza di salvezza.
Michele voleva piangere e stringersi al padre per sentirsi più sicuro ma nessuno dei due si mosse. Cacciò indietro le lacrime che lo stavano assalendo mentre il padre gli girò le spalle, forse per lo stesso motivo e se ne andò. Nei momenti difficili il padre gli aveva sempre detto: «Noi siamo gli uomini di casa, dobbiamo comportarci come tali».
Nel paese, dentro le mura ci si preparava al peggio, le botteghe erano chiuse ed i contadini erano tornati prima dalla campagna portandosi dietro gli animali.
La notte del ventiquattro Maggio cominciarono le prime schermaglie, ci fu ordine di attacco.
Un colpo di cannone, rumori di ferraglia, nitriti di cavalli impauriti, odore acre di fumo e polvere da sparo, odore di terra intrisa di sangue e di morte arrivavano oltre il muro nella città.
Vito, il padre di Michele, era salito su una scala a pioli e spiava la stradina da un foro che aveva praticato nella parete di tufo.
Avrebbe visto arrivare per primo chi valicava il muro.
Concetta, la madre di Michele, quella sera, aveva preparato la minestra di fave e cicorielle selvatiche poi, cosa insolita, aveva dato tre fichi secchi imbottiti di mandorle abbrustolite ammorbidite con vincotto, a ciascuno dei figli.
I fichi li preparava lei in estate e li conservava in un recipiente di terracotta per le occasioni importanti. Usava dire: «”per quando viene qualcuno” ». Tutte le volte saliva sulla sedia e riponeva il coccio sul grande armadio.
Quella sera guardava i suoi figli mentre felici mangiavano i fichi, il suo sguardo era diverso, più amorevole, non diceva nulla se i più piccoli giocavano o facevano chiasso.
Aveva fatto salire i bambini nel suo letto e li aveva coperti con gesti lenti, accarezzandoli ad uno ad uno, aveva rimboccando loro le coperte come se volesse proteggerli.
Poi in ginocchio davanti al quadro della madonna col rosario in mano si era messa a pregare.
Ad ogni urlo o qualsiasi rumore che veniva da fuori i bambini si stringevano di più, avevano paura, Michele il più grande ne aveva più di tutti, lui aveva paura per sé e per i suoi fratelli.
Bitonto ha subito durante i secoli la dominazione dei bizantini, longobardi, svevi angioini e spagnoli. Gli anziani avevano spesso parlato di saccheggi, di violenze e sopraffazioni.
Intanto le nuvole, che avevano preannunciato il temporale, si aprirono e scaricarono acqua, vento, tuoni e lampi. Sembrava la fine del mondo.
Nel pomeriggio inoltrato non si udirono più grida e molti si affacciarono fuori dall’uscio, anche la madre di Michele col rosario in mano si affacciò, poi prese il suo scialle e usci, altre donne come lei si erano affacciate con il rosario in mano. Una voce da lontano diceva “si sono fermati, il primo assalto è stato vinto dagli austriaci, aspettano che finisca la pioggia”. Sullo stradone un giovane ferito trascinato da un compagno diceva “stanno arrivando i reparti di cavalleria spagnola da Andria se arrivano saremo spacciati”. La voce rimbalzò per tutti i vicoli. Il diluvio era un segno? Tutte le donne si guardarono mute e continuarono a pregare ferme sotto la pioggia. In poco tempo tutte le stradine furono piene di gente, tutti pregavano uomini e donne, sotto la pioggia battente e invocavano la madonna. Un sussurro sommesso, lento cadenzato si udiva per tutto il borgo. Le tante preghiere erano diventate una sola grande preghiera e si levava fiduciosa come una nuvola leggera verso il cielo.
Anche il padre di Michele, rimasto in cima alla scala pregava.
Michele aveva abbracciato le sorelline e il fratello, e si era messo a pregare anche lui.
Era buio quando la pioggia cessò. Si udirono echi di un altro assalto. Spari cannonate, grida inumane arrivavano da fuori le mura.
Cominciarono ad arrivare carri di feriti, presto la chiesa fu colma, e i feriti venivano adagiati per terra in pagliericci di fortuna. La popolazione soccorreva come poteva. Le mamme raccoglievano le ultime volontà dei giovani moribondi, come fossero stati loro figli, cercavano di consolare, di lenire le ferite di quei soldati che soldati non erano, sotto le divise logore c’erano corpi straziati di ragazzi, adolescenti, attirati da lusinghe di gloria o di ricchezza. Un ragazzo in fin di vita, aveva confessato che era uscito di nascosto dalla sua casa per andare a combattere con i suoi amici più grandi. Sapeva che la mamma glielo avrebbe impedito, ed ora le chiedeva perdono. Era venuto a morire per un gioco di potere che nemmeno capiva, mentre sua madre lo credeva a dormire nel suo letto.
Arrivarono due soldati uno appoggiato all’altro uno riusciva a camminare se pure a stento, aveva gli occhi insanguinati, non vedeva, mentre l’altro aveva un braccio maciullato e si appoggiavano l’un l’altro. Chi vedeva aveva indicato la via all’altro senza curarsi se fosse suo nemico.
I due soldati cercavano un rifugio, volevano salvarsi, in quel momento la cosa più importante per loro era vivere.
C’era bisogno di viveri, di bende. Le donne avevano ridotto in fasce i propri corredi, gelosamente custoditi per anni, per avvolgere e medicare i le ferite di quei ragazzi.
Per tutta la notte arrivarono feriti, moribondi, molti già cadaveri.
Quella notte gli spagnoli vinsero! La maggior parte dei soldati austriaci si arresero consegnandosi prigionieri.
Il “cattolicissimo” generale spagnolo Montemar con i suoi soldati arrivò sotto le mura di Bitonto, le avrebbe abbattute a cannonate, poi con il suo esercito avrebbe invaso la città saccheggiandola.
Lui e i suoi uomini che avevano combattuto tutta la notte e obbligato alla resa il nemico; erano esausti.
Diede quindi ordine di accamparsi sotto le mura e dormire alcune ore prima del saccheggio.
Nel borgo, durante tutta la notte nessuno aveva chiuso occhio, gli ultimi feriti arrivati avevano detto della vittoria degli spagnoli. Ognuno si era barricato nella propria casupola come meglio poteva attendendo con terrore il saccheggio del giorno dopo.
Le mamme avevano nascosto i propri figli pronte a difendersi.
Il papà di Michele li aveva nascosti nella botola aveva imbracciato l’ascia e si era posizionato vicino la porta. Mentre la moglie aveva cosparso di paglia il pavimento, e si era seduta sulla porticina della botola portando con se il lume acceso, pronta a dare fuoco alla paglia se il nemico si fosse avvicinato troppo al nascondiglio dei figli.
«Tieni il forcone pronto» disse il marito posandolo a terra vicino alla moglie «il primo che si avvicina…» la donna annuì mentre continuava a sgranare il rosario.
Passarono così tutta la notte. All’alba del giorno dopo udirono urla prima lontano, grida indistinte, poi sempre più vicino. Un ragazzo con una divisa a brandelli, seguito da una folla che si andava ingrossando sempre più, agitava in aria un elmetto sporco di sangue,urlava :«Stanno andando via, se ne vanno, se ne vanno gli spagnoli se ne vanno».
Cosa era successo?
Non è dato sapere se durante la notte ci furono trattative di notabili del paese, offerte di tesori per evitare il saccheggio. O la visita… di una gran dama.
La leggenda narra che Il generale vincitore dopo la vittoriosa battaglia entrato nella tenda, si distese sul giaciglio e cadde subito in un sonno profondo.
Gli apparve in sogno la madonna in una luce abbagliante, aveva le mani giunte e piangeva. Poi con l’indice verso di lui aggiunse: ”Prima della battaglia mi hai invocato con devozione, ti ho guidato nella vittoria, sappi che non ti guiderò nel saccheggio di questa città, i bitontini sono figli miei”.
Il generale si svegliò frastornato, in preda a grande turbamento.
Era l’alba quando chiamò il suo ufficiale e raccontò l’accaduto.
I soldati già pronti per l’assalto increduli, ricevettero l’ordine di smobilitare tutto e spostarsi verso Bari. Per convincerli a farlo, si dice, dovette pagare i suoi soldati il doppio del compenso pattuito.
Bitonto era salva!
Quando il nonno raccontava questa storia a Michele finiva sempre dicendo: in dialetto «la Madonna ha fatto il miracolo!, la Madonna ci ha salvati, però la uèrr jè brutt asseje, figh moj».
(trad.-la guerra è brutta assai, figlio mio)
















