di Nicola Fiorino Tucci

“Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quello abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”.
È, questo, il ritratto di Dante offerto dal Boccaccio ai lettori del suo Trattatello in laude di Dante Alighieri. Roba da pittori più che da biografi. Che, comunque, oltre a qualche particolare psicologico come il labbro inferiore di molto sporgente rispetto a quello superiore, utile a denotare il disprezzo del Poeta per un mondo che lo ha maltrattato, offre alcune preziose informazioni: Dante fu bassino (mediocre statura), dolicocefalo, aveva gli occhi sporgenti, le mascelle quadrate, un colorito scuro nonché la peluria nera e crespa e, superati i cinquanta (matura età), camminava un po’ curvo ma pur sempre con portamento sicuro, misurato ed elegante, merito anche degli abiti indossati.
Questi tratti somatici molto precisi inducono a credere che Boccaccio li abbia raccolti da chi aveva conosciuto de visu il Poeta. Però, quando l’Autore del Decameron coltiva il suo interesse per Dante, cioè intorno al 1340, a Firenze ben pochi potevano avere un ricordo nitido di un uomo esiliato nel lontano 1302, ben quarant’anni prima.

Comunque, si può supporre che a ricordare le fattezze di Dante possa essere stato il notaio Pietro Giardini, incontrato dal Boccaccio in un suo primo soggiorno a Ravenna (1345/6). Costui gli disegnò, di certo, il ritratto di un uomo maturo, ed anche provato dalle vicissitudini dell’esilio, dato che la sua frequentazione del Poeta risaliva, tutt’al più, al 1318, anno in cui si suppone che Dante sia arrivato a Ravenna, ormai più che cinquantenne. Difficile, invece, credere che, a descrivere fisicamente il genitore, sia stata la figlia del Poeta, quell’ Antonia, monacatasi (sembra) col nome di suor Beatrice (sic!) nel convento delle Olivetane di Ravenna. Che l’aveva lasciata bambina a Firenze per accoglierla adolescente a Ravenna sempre intorno al 1318. Il Boccaccio, infatti, non allude mai ad un qualche incontro con qualcuno dei familiari dell’Alighieri ma fa riferimento ad un nipote del Poeta, Andrea Poggi, figlio di una non meglio precisata sorella, ricordando che fisicamente era molto simile allo zio. Comunque, si può pensare che qualche tratto fisico di Dante sia stato fornito da sua moglie, Gemma Donati, che visse quasi sempre a Firenze dove morì piuttosto avanti negli anni prima del 1343. La vedova, ammesso che abbia incontrato il Boccaccio, può avergli confidato che il marito era bassino, questo sì, ma non che fosse curvetto, caratteristica che il Boccaccio attribuisce alla matura età di Dante, bandito ancor giovane da Firenze, appunto nel 1302. Però, non bisogna nemmeno tralasciare che monna Gemma, quando il Boccaccio cominciava a raccogliere informazioni su Dante, intorno al 1340, come s’è detto, ormai si avvicinava all’ottantina e, quindi, la sua lucidità …
Date queste premesse, si può credere che il Boccaccio si sia anche ispirato, per disegnare il suo, ad un qualche ritratto pittorico del Poeta già presente in Firenze. Pensiamo a quello esposto nel Palazzo del Podestà, il cosiddetto Bargello, attribuito a scuola giottesca, comunemente datato al 1337. Si tratta di un’opera fortunosamente riscoperta nella prima metà dell’Ottocento che presenta un uomo giovane, sulla trentina, e piuttosto sereno nell’espressione: il contrario di quello descritto da Boccaccio.
Che, può aver preso spunto, anche, dal ritratto dantesco ancor oggi presente nel Palazzo dell’Arte dei giudici e dei notai, realizzato si crede da Jacopo di Cione nel 1366: è un Dante meno giovane, che indossa sempre il lucco, la veste di gala dei magistrati, e regge un librone aperto, ha un’espressione quasi accigliata, il volto lungo, il colorito scurito da una barba non ben rasata. Insomma, un uomo maturo e dai tratti marcati, che, però, non è sicuramente frutto di ricordi personali di Jacopo di Cione, nato il 1325, quattro anni dopo la morte del Poeta. Il librone aperto è, di certo, la Divina Commedia, che, secondo quasi tutti i critici, egli iniziò a comporre solo dopo l’esilio. La presunta datazione di quest’opera, il 1366, non impedisce di credere che essa abbia ispirato il Boccaccio, che già dal 1352 sembra raccogliesse materiale per il suo Trattatello.
Un altro ritratto dantesco, attribuito a Nardo di Cione (o a suo fratello, l’Orcagna) conservato nella Cappella Strozzi di Santa Maria Novella e datato a prima del 1360, presenta un Dante un po’ avanti negli anni, considerate le rughe del volto ed i capelli ingrigiti, che contrasta molto con il personaggio dei primi due suddetti ritratti, giovane e meno arcigno, ma che richiama l’età matura, che lo aveva reso alquanto curvetto, come tramanda il Boccaccio.
È importante semmai sottolineare che in questi primi tre ritratti trecenteschi il Poeta è inserito in una folla di personaggi pubblici variamente caratterizzati che dovevano risultare subito riconoscibili a chi frequentasse quei luoghi altrettanto pubblici senza bisogno di alcun

a didascalia illustrativa. Pertanto, c’è da chiedersi, nuovamente, chi fra i fiorentini della metà del Trecento potesse riconoscere in quel ritratto Dante Alighieri, il priore esiliato dalla città più di cinquant’anni prima. Molto pochi … Comunque, a Firenze erano presenti anche altri ritratti del Poeta come quello, attribuito a Taddeo Gaddi, allievo di Giotto, nel coro cintato della navata maggiore di Santa Croce, andato distrutto nel 1566.
Tuttavia, sappiamo che nel 1322 fu data disposizione perché fossero recuperati e ricopiati i nomi dei Priori e dei Gonfalonieri fiorentini a partire dal 1282, senza esclusione alcuna. Quasi ad avviare un processo di pacificazione cittadina. Vennero così stilati in duplice copia degli elenchi nominativi gelosamente conservati nel corso dei secoli.

del priorista, prima
I codici a noi pervenuti che riportano questi elenchi sembra non siano stati scritti più tardi della meta del secolo XIV; essi, però, conservano in corrispondenza del nome di Dante Alighieri – priore – due maniculae (miniature), che lo riproducono. La prima, monocromatica, presenta il Poeta che indossa il lucco e tiene nella sinistra un libro aperto; la seconda, policroma, differisce solo perché Dante porta un vestito più corto e la corona di alloro in testa; la sua figura, però, risulta molto simile a quella affrescata da Domenico di Michelino nel 1460 per la chiesa di Santa Maria del Fiore. Lecito, pertanto, credere che esistesse un ritratto ufficiale di Dante cui si sono ispirati sia l’amanuense priorista sia Domenico di Michelino, a noi non pervenuto.
Infine, un altro antico ritratto di Dante è il profilo policromo contenuto nel codice Riccardiano 1040, datato ai primi del Quattrocento ed attribuito a Giovanni del Ponte: i lineamenti acuti e netti, l’espressione arcigna e tirata, il “colorito bruno” della carnagione, il naso aquilino, gli occhi grossi, il labbro inferiore prominente e l’espressione severa, però, rinviano chiaramente alla descrizione del Boccaccio. Che, molto probabilmente, è l’ ispiratore di questa miniatura gigante.
I ritratti successivi di Dante non aiutano la ricerca storica delle fonti perché si riferiscono ad un medesimo cliché, che risulta, pertanto, già codificato fin dalla seconda metà del Trecento: cuffia in testa, lucco addosso, scarpe nere a punta, sguardo malinconico, volto emaciato, espressione severa, naso aquilino, colorito pallido. Insomma, il Poeta che tutti conosciamo. Ed ammiriamo da sempre.















