Ficarra Salvatore detto Salvo da Palermo è attor comico di gran vaglia, sgrana gli occhi per incenerire chi ha di fronte, li strizza d’improvviso se deve tirarsi indietro fintopavido, li fa schiudere appena se corruga la fronte pensoso.
E così, con una magia da proteiforme maschera della Commedia dell’arte, si squaderna sul fascinoso palcoscenico del barese Teatro Piccinni una sorta di pirandelliana “stranezza“, miracolosamente senza vernacolari sbavature: un fantasista siculo se mai ce n’è uno, circondato da interpreti partenopei anzichenò in una piéce che più napoletana non si può.
Ecco, dunque – nel variegato cartellone della stagione organizzata dal Comune di Bari in collaborazione con Puglia Culture – “Non ti pago!” del genio filosofo Eduardo De Filippo, firmate da Gianmaurizio Fercioni le scenografie originali di quello che fu l’ultimo cimento registico del figlio d’arte sublime Luca, costumi di Silvia Polidori, musiche di Nicola Piovani, luci di Salvatore Palladino e aiutoregia di Norma Martelli, con la supervisione acuta e preziosa di Carolina Rosi.
La scena incorniciata da un frontespizio e persino il sipario istoriati di cartelle del Lotto e cabalistica simbologia ci annunciano già l’essenza della vicenda. Ferdinando Quagliuolo è titolare di un Banco Lotto, fulcro della vita sociale in quel di Napoli.
Avido, arguto, callido, tirannico e pure pavido con la moglie davvero autoritaria, come spesso capita a chi ama sfidare la Dea Bendata, ha accanto un personaggio che, invece, le vince tutte e si arricchisce settimanalmente.
L’ultimo “sgarbo”, una quaterna improbabile e folle – 1-2-3-4, mah… – dettata in sogno nientepopodimenochè dal padre del di lui datore di lavore.
Apriti cielo! Ferdinando gli scippa la luccicante bolletta e chiama un leguleio per trovare pure la giuridica stampella all’appropriazione indebita.
Tra una scenetta esilarante ed un’altra da sbellicarsi dal ridere, non se ne fa nulla. Il giovane viene colpito dalle maledizioni del Quagliuolo intenzionato pure a negargli la mano della figlia.
Disavventure e peripezie conducono la storia ad un quasi inaspettato lieto fine, con un lampo di malizia in fondo a quelle pupille che descrivevamo in incipit di pezzo.
Il crosciar sincero di applausi appassionati appaga gli artisti – impeccabili e irresistibili tutti, a cominciare da Carolina Rosi: Nicola Di Pinto e Mario Porfito, Viola Forestiero, Federica Altamura, Andrea Cioffi, Vincenzo Castellone, Carmen Annibale, Paola Fulciniti e Marcello Romolo – che si tengono per mano sull’impiantito antico e si inchinano per mostrar la loro gratitudine.
Ficarra-Quagliuolo voltandosi a destra e manca batte le mani riconoscente ai compagni di questa avventura straordinaria, che lascia sul cuore degli spettatori mille perché sul senso della vita e se valga la pena sfidare ciecamente la fortuna, frangendo i legami affettivi.
Fuori, sotto i portici austeri, tutta infagottata in una coperta a scacchi grandi, una donna conta le ore del crepuscolo della sua esistenza, dialoga pur lieta con alcuni pietosi passanti, e vede nelle rare gocce di pioggia che cadono le lacrime del cielo.
No, nessun numero estratto vale il desiderio d’amore, che ostinato batte nel petto e pure piano svanisce, in questo mondo in mille faccende sempre troppo affaccendato…
















