«There’s a place for us», canta Somewhere, una delle pagine più amate di West Side Story. E forse è proprio da lì che parte il senso più intimo di “I Hate Musicals… but I like to sing them!”, il nuovo album del soprano Maria Cecilia Marinelli, uscito per l’etichetta indipendente cremonese Hi-Res Digital, di cui è anche Direttore Artistico: cercare un posto possibile tra mondi che spesso vengono tenuti separati. La lirica e Broadway, la voce accademica e la parola teatrale, la tradizione degli archi e la modernità dell’ascolto immersivo. Un disco disponibile, dai giorni scorsi, anche in vinile, pensato per far convivere disciplina, memoria e libertà.
Marinelli, soprano lirico formatasi tra Piacenza e Padova, con una carriera attraversata da opera, musica sacra, repertorio cameristico e didattica, torna con questo lavoro a una passione mai abbandonata: il musical. Il titolo gioca con l’ironia di Leonard Bernstein e con il ciclo “I Hate Music!”, composto nel 1943, ma dietro la battuta c’è un gesto artistico. La cantante non usa il musical come evasione dal repertorio lirico: lo affronta come una lingua autonoma, con le sue regole, le sue insidie, il suo bisogno di misura.
«Nonostante la mia carriera di soprano lirico si sia sviluppata soprattutto nel contesto del teatro d’opera, ho sempre cercato di non limitarmi a un solo repertorio, ma di avere una visione della musica a 360 gradi», ha raccontato Marinelli. Il suo debutto, non a caso, fu proprio nel ruolo di Maria in West Side Story. E nel disco questa origine sembra riaffiorare con naturalezza, senza nostalgia. In scaletta ci sono brani come “New York, New York”, “Over the Rainbow”, “Cabaret”, “Somewhere” e “The Sound of Music”: titoli popolarissimi, dunque pericolosi, perché già impressi nella memoria di generazioni di ascoltatori.
La scelta più interessante è l’organico: voce e quartetto d’archi. Gli arrangiamenti di H. Raúl Domínguez non cercano l’effetto orchestrale pieno, ma una scrittura più essenziale, quasi da camera. Il Quartetto Archimia — Serafino Tedesi, Paolo Costanzo, Matteo Del Soldà e Andrea Anzalone — non accompagna semplicemente la voce: la avvolge, la sostiene, a tratti la interroga. Così melodie nate per il palcoscenico americano acquistano una nuova grana sonora, più raccolta, meno brillante in senso spettacolare, ma più vicina al respiro.
Dentro questo progetto c’è anche una traccia pugliese. La direzione tecnica è firmata da Gianluca Mezzina, bitontino, titolare dell’etichetta che ha realizzato l’album. «È il primo di una collana tematica dedicata agli archi e alla voce per repertori considerati inconsueti o originali per questo tipo di formazioni», spiega. Il legame con Cremona, città madre della liuteria, è centrale: parte del lavoro è stata registrata al Teatro Filodrammatici, tra i più antichi della città, con il patrocinio del Comune e dell’Associazione Filodrammatica Cremonese.
Mezzina rivendica il valore della tecnologia, ma rimette ogni cosa al suo posto. «Io mi occupo di progettazione, tecnologia audio e musica riprodotta. Ma senza l’arte umana di chi padroneggia repertori così impegnativi attraverso il proprio strumento, anche la tecnologia più raffinata si ferma». Formati immersivi, surround e alta risoluzione non sono la cornice scintillante di un’operazione fredda, ma strumenti al servizio dell’interpretazione.
Il rapporto con la Puglia resta vivo. «Della mia terra – conclude Mezzina – porto sempre con me l’affetto della famiglia, nonché l’indole tipica e tenace della nostra terra».
















