Quando leggiamo, i libri ci leggono. La lettura è uno scambio reciproco tra chi scrive e chi legge. Anche il lettore “lavora” sul testo mentre si immerge nelle parole, immagina i personaggi, cerca indizi, ricorda sensazioni, associa luoghi. Quando leggiamo cerchiamo un po’ di noi, riversiamo in luoghi e personaggi il nostro vissuto. Leggere è una ricerca, un attraversamento dello sguardo, ma è anche un guardare dentro noi stessi e nella nostra memoria. Leggere – ha scritto don Andrea Varliero – è la prima forma di vita spirituale, è un esercizio all’arte dell’ascolto è abitare il silenzio con una presenza.
E’ quello che mi è accaduto con la lettura di “Malbianco” di Mario Desiati che ho avuto il piacere di presentare con Mariangela Brancale, Rossella Giugliano e Mario Sicolo in collaborazione con Gianluca Rossiello e la sua Libreria del Teatro nel nostro Teatro Traetta Bitonto con le foto del caro amico Giuseppe Fioriello.
Il libro di Desiati ha riaperto un cassetto della mia memoria. Tra le storie che ho ricevuto in eredità da mia madre c’è quella di suo fratello Vito, un giovane tenente, partito per il fronte russo nella seconda guerra e mai più tornato. “Disperso” era scritto sul foglio che i carabinieri consegnarono ai suoi genitori. Nonna Concetta per quasi due anni, dopo l’arrivo di quella notizia, ogni giorno, quando preparava la tavola apparecchiava un posto per suo figlio Vito: non aveva perso la speranza che un giorno potesse bussare alla porta di casa.
Mia madre Caterina, che di questa storia mi parlava poco, sognò di rivedere suo fratello in un articolo sulla tragedia del Don, apparso su uno dei tanti rotocalchi così diffusi negli anni ’60: l’articolo era accompagnato dalla foto di un reggimento e nel giovane tenente dai capelli bruni e dagli occhi azzurri lei immaginò il suo Vito.
Quando mi toccò “svuotare” la casa dei miei genitori, avvertii quel profumo inconfondibile al quale il protagonista de “La grande bellezza” avrebbe dato un nome tenero e vero: “l’odore della casa dei vecchi”. In uno degli ultimi giorni di quel doloroso pellegrinaggio nelle memorie di famiglia, sul fondo del vecchio comò, nascosto sotto l’ultimo cassetto, venne fuori un pacco di lettere avvolto in foglio di giornale ormai ingiallito su cui la minuta grafia di mia madre aveva scritto: lettere di Vito. Raccolsi quel pacco con mani tremanti e lo depositai anch’io sul fondo dell’ultimo ripiano della mia libreria. Senza mai avere la forza, il coraggio di aprirlo.

Poi è arrivato “Malbianco” in cui il protagonista Marco Petrovici, racconta di suo zio Vladimiro, tornato dalla Russia. E così quel cassetto della memoria si è riaperto: ho ripreso quel pacco di lettere, toccandolo per la seconda volta e sono riuscito ad aprirlo leggendo a stento una cartolina su cui è scritto: Sto bene, un bacio a tutti. Vi scrivo non appena posso. Ancora un bacio. Vito.
Non so se questa ferita diventerà una feritoia e ne passerà un flebile fascio di luce. “Malbianco” ci ricorda che tutti noi siamo la nostra memoria, siamo le cicatrici che ci portiamo nell’anima.
















