DI EMANUELE CAZZOLLA, GIORNALISTA E SCRITTORE
Si era alla video conferenza da me tenuta lo scorso 8 giugno nell’atrio della Biblioteca Rogadeo di Bitonto. Il focus gravitava sulla attività del primo periodo accademico di studi a Napoli del giovane Francesco Speranza, in concomitanza con la mostra curata dal Centro Ricerche di Storia e Arte di 34 disegni di quel periodo.

E lì ho ribadito in sintesi ciò che ora metto per iscritto dato che verba volant… soprattutto quando ti rivolgi a un gruppo di persone più o meno attente o distratte, che poi ovviamente dimenticano.
Così come è accaduto a seguito di altre occasioni, anni e decenni addietro. Fra queste, mi limito a ricordarne almeno due in cui facevo cenno a ciò che qui esporrò: la prima quando illustrammo a Santo Spirito il volume – precario ed eroico – dedicato ai disegni di Speranza, che in qualche modo ‘combinai’ insieme alla vedova Marina e Aldo Citelli, nell’ormai lontano 1998.
L’altra occasione avvenne quando presentai una mostra, ancora di disegni, nel Sedile di Sant’Anna adiacente alla Rogadeo; si era sotto Natale del 2000; Marina c’era sempre. Poi via via fino alla più recente presentazione della mia corposa biografia “Francesco Speranza. Pittore del Novecento”, pubblicata nel 2023.

A cosa mi riferisco? Alla auspicabile fondazione di una Pinacoteca comunale dedicata a Francesco Speranza ovvero a colui che è unanimemente riconosciuto come il Genius loci artistico di Bitonto. E ritengo a buona ragione che questo dovrebbe essere al primo posto nel programma elettorale di un sindaco e della sua compagine per quel che concerne il comparto della cultura.
Intorno a noi, in diverse località della Puglia, ci sono state o sono in itinere diverse realizzazioni per musealizzare le glorie artistiche locali. La realtà più prestigiosa è senz’altro la Pinacoteca Giuseppe De Nittis, oggi splendidamente allestita nel Palazzo della Marra di Barletta, ma dopo decenni in cui le opere del grande Maestro erano rimaste poco valorizzate dalle diverse amministrazioni comunali avvicendatesi nel tempo; sì da aver fatto dire a qualcuno che la vedova De Nittis, Léontine, commise un grave errore quando, in quel 1913, aveva donato le opere del marito alla ingrata città di Barletta.
A Ruvo di Puglia, la Pinacoteca Domenico Cantatore, dopo lunghe peripezie burocratiche, ha trovato finalmente il suo ‘contenitore’ alcuni anni orsono nell’ex convento dei domenicani; tuttavia consta che ancora manchi del tutto il ‘contenuto’: accanto alle opere dell’altro pittore locale Michele Chieco (nato però a Santo Spirito), vi sono collocate solo numerose serigrafie e appena due dipinti di cui uno, Crocifisso del 1953 donato dallo stesso Cantatore al comune di Ruvo con la dicitura di suo pugno sul retro “prima tela per l’istituenda pinacoteca” (!).
Più vantaggiose sono state le vicende della Pinacoteca Michele De Napoli a Terlizzi potendo essere sita nel palazzo storico di famiglia che il pittore destinò alla sua città natale insieme a oltre mille opere, fra dipinti e disegni.
A Lucera, in ambienti dell’ex convento SS. Salvatore, si è potuta allestire una composita pinacoteca museo che ospita le opere dei tre artisti locali di fama non secondaria, Giuseppe Ar (rimasto ingiustamente misconosciuto finché non fu riscoperto ad opera di Vittorio Sgarbi), Emanuele Cavalli e Umberto Onorato, oltre a una nutrita rappresentanza di altri artisti dell’800 e del primo ‘900.
Al contrario ad Andria, dopo la donazione del figlio dell’ottimo pittore Alfonso Di Pasquale (1899-1987) di circa 230 opere del padre, queste giacciono tra i depositi comunali, gli uffici e la biblioteca civica in attesa di sviluppi favorevoli.
Anche Molfetta, città di numerosi grandi artisti del passato e dei tempi nostri, vede alcune opere del suo pittore di punta, il settecentesco Corrado Giaquinto, sparse tra cattedrale e chiese e soprattutto nella nuova Galleria civica. Un corpus importante di suoi capolavori è nella citata Pinacoteca Metropolitana di Bari intitolata non a caso proprio al Giaquinto.
Per certi versi la sorte delle opere di Onofrio Martinelli a Mola di Bari è assimilabile allo stato delle cose del nostro Speranza: anche lì manca una pinacoteca dedicata all’importante pittore locale (nel senso dei natali molesi, ma anche Martinelli è artista di fama nazionale); alcuni suoi dipinti sono pure nel patrimonio della Pinacoteca Metropolitana, e periodicamente si tengono esposizioni e iniziative per farne sopravvivere la fama.

Bitonto ancora adesso potrebbe arrivare prima rispetto ad altre città pugliesi, se lo si volesse davvero. Come primo passo si dovrebbe perseguire la riunione delle opere di Francesco Speranza oggi sparse in diversi luoghi della città: a cominciare da quelle nel Palazzo comunale e le due costrette per forza di cose, con precaria visibilità, nella sagrestia della chiesa del Crocifisso (il San Silvestro dei primi anni ’30 e il San Giuseppe del 1943).
Poi, insieme ai disegni e tutto il materiale del Fondo Speranza in Fondazione De Palo Ungaro, altri dipinti capitali fra cui l’Autoritratto del 1952, il Ritratto della sorella,1928, e il Ritratto del padre,1931, da riaccorpare col Ritratto della madre, 1930, oggi nella trascurata Galleria civica all’interno del Torrione angioino.
Quindi le opere della vecchia e nuova donazione Devanna, nell’omonima Galleria Nazionale; nonché le sette opere di arte sacra collocate nel Museo Diocesano.
Quanto alla Pinacoteca Metropolitana di Bari, essa possiede cinque dipinti importanti purtroppo reclusi nei depositi. Solo uno, Paesaggio italico del 1932, è stato temporaneamente esposto nella Sala del Novecento; gli altri quattro (Autoritratto del 1924, Marina di Santo Spirito del 1931, Annunciazione del 1937, Trenino del mio paese del 1954) li feci ‘riesumare’, finalmente visibili al pubblico per una decina di giorni, in occasione della presentazione lì in Pinacoteca Metropolitana della mia biografia su Speranza.
La richiesta di un prestito di lungo periodo ovvero del deposito temporaneo nella auspicata Pinacoteca Francesco Speranza a Bitonto, riscatterebbe questi dipinti dal loro lungo oblio.
Inoltre tanti privati potrebbero volentieri donare le proprie opere andando ad arricchire ulteriormente la collezione museale cittadina. La recente mostra a cura del Centro Ricerche di Storia e Arte dei 34 disegni napoletani non è derivata dalla generosa donazione di un socio?

Ad altri collezionisti privati si potrebbe chiedere l’esposizione delle loro opere nella Pinacoteca Speranza pur mantenendone essi la proprietà: ne trarrebbero notorietà e prestigio.
Ancora, contatti capillari potrebbero intrecciarsi con tutti i famigliari ed eredi del Maestro, compresi i nipoti residenti a Milano, Napoli, Torino con l’intento di riunire il più possibile i lavori del loro parente famoso nella natìa Bitonto.
Infine resterebbero le possibili acquisizioni dal mercato e dalle aste di altre opere; le quali non sono facili da rintracciare perché Speranza, per la laboriosità della sua pittura, ha dipinto molto meno rispetto a tanti suoi colleghi. E tuttavia si è constatato che ogni tanto capita qualcuna, peraltro con quotazioni del tutto irrisorie per un artista della sua levatura. Quelle stesse opere, acquisite a prezzi convenienti (e poco dignitosi) e collocate in una struttura museale, smetterebbero di avere le venali quotazioni di mercato recuperando un prestigio senza prezzo.
È quel che occorre per il nostro Speranza, un grande artista del Novecento a cui bisogna finalmente restituire il suo vero valore, di gran lunga maggiore rispetto a quello che continua a rimanere sommesso tutt’oggi.
















