Quando uno scrittore decide di sottoporre un proprio lavoro al giudizio dei lettori e dell’ambiente culturale significa che quel testo porta con sé qualcosa che va oltre il semplice gusto della narrazione. È anche il caso dI un recentissimo racconto di Vito Tricarico dedicato alla Battaglia di Bitonto, un’opera piccola ma che merita attenzione perché riesce a intrecciare storia, letteratura e antropologia culturale con naturalezza e partecipazione emotiva.
Tricarico, autore di Palo del Colle, costruisce una narrazione che supera la semplice ricostruzione del 1734. Il testo non è un esercizio cronachistico ma un intreccio di memoria storica, oralità e immaginario collettivo capace di mostrare come una comunità custodisca i propri simboli attraverso le generazioni.
L’autore adotta una scrittura lineare e colloquiale. Il lettore entra nel racconto attraverso un’esperienza familiare contemporanea: il viaggio verso la commemorazione storica, i dialoghi con figli e nipoti, gli incontri casuali in piazza. Questa scelta narrativa rende il passato vicino e concreto. Il Settecento smette di apparire distante e continua invece a vivere nelle parole, nei riti collettivi e nelle emozioni della città.
L’aspetto più interessante del racconto è il modo in cui viene affrontato il tema dell’apparizione mariana. Tricarico evita sia la celebrazione ingenua sia la demolizione razionalista della tradizione. Preferisce muoversi in quella zona sospesa dove la storia incontra l’immaginario popolare. La figura del generale Montemar assume così una dimensione profondamente umana: un uomo che comprende il peso della fede collettiva e ‘utilizza’ il simbolo religioso per fermare la violenza del saccheggio.
Qui emerge con forza la componente antropologica del testo. Il “miracolo” conta per il significato che assume nella coscienza della comunità. La Vergine protettrice di Bitonto diventa un elemento identitario tramandato attraverso feste, racconti popolari, immagini sacre e cortei storici. È il modo con cui una collettività trasforma la paura della guerra in memoria condivisa.
Dal punto di vista stilistico il racconto conserva il ritmo della narrazione orale. Tricarico alterna descrizioni, dialoghi e riflessioni personali con fluidità creando una lettura immediata e coinvolgente. Il linguaggio è volutamente accessibile ma dietro l’apparente semplicità si avverte una continua ricerca dell’atmosfera e del dettaglio evocativo. Le immagini del corteo storico, i tamburi, i cavalli, le carrozze e gli spari dei fucili restituiscono al lettore una dimensione quasi cinematografica.
Anche l’uso del parlato e delle espressioni dialettali contribuisce alla forza narrativa del testo. Non sono elementi inseriti per semplice colore locale o di folklore ma strumenti che danno autenticità ai personaggi ed alle scene. La lingua mantiene così un legame profondo con il territorio e con quella tradizione orale che rappresenta uno degli aspetti più vivi della cultura pugliese e meridionale.
Molto efficace anche il contrasto fra la teatralità della rievocazione storica e la spontaneità della vita quotidiana. I tamburi, le divise d’epoca, gli spari dei fucili e la magnificenza del corteo vengono improvvisamente ridimensionati dalla paura e dallo stupore dei bambini. Nella scena finale il racconto acquista leggerezza e verità: la storia smette di essere spettacolo e torna esperienza viva, fatta di emozioni immediate, di famiglie, di voci e persino di fughe improvvise verso un atteso momento di consolazione e sollievo.
La forza narrativa di Vito Tricarico sta proprio nella capacità di trasformare un episodio del passato in totale racconto popolare e coinvolgente dove convivono memoria storica, oralità, devozione e quotidianità. Una scrittura che conserva il sapore della tradizione locale e riesce a far sentire il lettore dentro la piazza, fra il rumore dei tamburi e le emozioni di una comunità che continua ancora oggi a raccontarsi attraverso la propria storia e la propria fede.
















