Decine di orologi, risalenti ai secoli XIX e XX, sono in mostra a Bitonto nella sede dell’associazione culturale Aurora, in via Giuseppe Garibaldi 21. Pezzi storici unici, di fattura pregiatissima, vere e proprie testimonianze di un tempo lontano in cui non esisteva l’elettronica ad aiutare l’uomo nella misura del tempo che scorre. Per calcolare il tempo ci si affidava alla gravità e all’oscillazione di un pendolo.
Ad organizzare l’esposizione “Tempo ritrovato“, Franco Carbone, classe 1945, che da sempre coltiva la passione per quegli strumenti complessi. Una passione nata sin da quando, da giovane, iniziò a lavorare con il padre autotrasportatore: «Aveva tre camion della OM (Officine Meccaniche di Brescia) con tre autisti. Mettere le mani nelle parti del motore mi ha sempre affascinato e quel fascino l’ho poi ritrovato nella meccanica di precisione alla base degli orologi».
Tra i tanti orologi in esposizione, Carbone ne mostra uno firmato Leroy – Parigi. I Leroy, ricorda Carbone, furono i primi orologiai di Parigi: «Servirono diversi re e realizzarono pezzi magnifici. L’orologio in mostra è realizzato dalla bottega di Basile Leroy e del figlio Charles-Louis. Erano orologi celebri per la doratura al mercurio, tecnica pericolosissima che costò la vita a chissà quanti artigiani dell’epoca per via della tossicità del materiale».
Ma l’orologio di cui Carbone è più fiero è un un orologio da torre del 1868 realizzato a Milano da Cesare Fontana, un costruttore italiano che lavorò in Svizzera e in Francia prima di rientrare in Italia. Il signor Franco non nasconde l’entusiasmo quando racconta la sua storia rocambolesca: «Inizialmente era montato sulla torre campanaria di una chiesa all’interno di una fattoria fortificata tra Campania e Puglia. Dopo il crollo della chiesa, tra il 1860 e il 1865, un uomo di Potenza andato lì per la mietitura lo salvò e lo portò con sé negli Stati Uniti, nel New Jersey, dove emigrò. Fu installato su una chiesa anglicana che successivamente rimase distrutta in un incendio. L’orologio fu dunque smontato di nuovo e riportato in Italia. Arrivò a Bitonto tramite un suo nipote. Un giorno, in una pizzeria di Mariotto, notai due ingranaggi usati come cimeli decorativi. Chiesi al pizzaiolo da dove venissero e lui mi rispose che erano gli unici due rimasti, poiché gli altri li aveva venduti per farli fondere all’acciaieria di Giovinazzo. Lo feci sedere e gli dissi di tornare a Giovinazzo, restituire i soldi e riprendersi tutti gli ingranaggi. Riuscimmo a recuperare i pezzi venduti ad altri collezionisti, ma mancava il telaio in ghisa che reggeva la struttura. Il pizzaiolo si ricordò di averlo gettato nei rifiuti giorni prima. Organizzammo una squadra di tre persone e scavammo per quattro giorni nell’immondizia finché non lo ritrovammo. Ho rimontato l’orologio con tutti i suoi pezzi originali. La tecnica l’avevo appresa a Milano negli anni ’60, quando lavoravo lì: me la insegnò un anziano orologiaio di Lugano, don Michele. La sera mi mettevo vicino al suo banco di lavoro, in silenzio, ad osservarlo mentre riparava i meccanismi».
L’orologio di Cesare Fontana è tuttora perfettamente funzionante. Purtroppo è andato perduto irrimediabilmente l’originale quadrante in ceramica.
Per il signor Carbone, l’esposizione ha un grande valore divulgativo, tanto che il suo desiderio è di farla visitare dalle scolaresche: «Mi piacerebbe molto portare e ampliare questa mostra anche in altri Comuni o nelle scuole. Ha un valore didattico bellissimo. Oggi i ragazzi sono abituati all’elettronica digitale e non conoscono più la tecnologia meccanica pura o gli oggetti del passato. Attraverso gli orologi storici è possibile fare un vero e proprio “innesco temporale” per spiegare il tempo, la fisica, l’artigianalità degli ebanisti e la nostra storia».
















