«Ogni spazio, anche il più marginale, custodisce una storia che riguarda tutti: quella del nostro rapporto mutevole con la terra, il tempo e la permanenza».
Forse è proprio questa frase, posta in quarta di copertina, a racchiudere il nucleo più autentico de “Il sentimento dei luoghi“. Fallone editore. Un libro piccolo nelle dimensioni ma sorprendentemente vasto nella sua capacità di interrogare ciò che oggi appare sempre più sfuggente: il significato dell’abitare.
Viviamo un tempo in cui il luogo sembra essersi trasformato in uno sfondo, in una semplice coordinata geografica o in un’immagine ormai sempre più trascurabile, anzi consumabile. La mobilità ha preso il posto della permanenza, la velocità ha eroso la memoria. Carla Saracino e Vito Teti scelgono, invece, la direzione opposta: rallentano il passo, sostano nei margini, osservano ciò che normalmente viene attraversato senza essere visto.
Ecco, il turismo spesso attaversa senza conoscere. Il viaggio o è esperienza o non è. Ecco dunque un libro che nasce dall’incontro tra due sensibilità differenti e complementari. Da una parte l’antropologo Vito Teti, che da decenni riflette sullo spopolamento, sulla nostalgia, sulla “restanza“, sulla fragilità dei paesi interni del Mezzogiorno; dall’altra Carla Saracino, poeta prima ancora che narratrice, il cui sguardo trasforma ogni paesaggio in un evento interiore.
Non c’è gerarchia tra queste due voci. Piuttosto, si costruisce un dialogo nel quale il pensiero antropologico acquista una dimensione lirica e la scrittura poetica trova continuamente un ancoraggio nella realtà concreta dei luoghi.
La domanda iniziale, riportata nella quarta di copertina, è tanto semplice quanto radicale:
«Cosa sono davvero i luoghi? Perché talvolta ci corrispondono nella totalizzante avventura di una somiglianza? Quando ha inizio il loro interagire nella nostra vita?».
Sono interrogativi che ricordano la grande tradizione della fenomenologia dell’abitare, da Martin Heidegger fino a Gaston Bachelard ma il libro evita accuratamente ogni astrazione accademica. Qui il pensiero nasce dall’osservazione minuta: da una casa crepata, da una piazza silenziosa, da una costa invernale, da un paese quasi svuotato.
È proprio nei dettagli che il volume trova la sua forza.
«Dal dettaglio o dal punto di vista meno sospettabile, nasce il progetto dell’evoluzione»: questa frase potrebbe essere letta come una dichiarazione poetica dell’intero libro. Nulla di monumentale interessa gli autori. L’attenzione si rivolge invece a ciò che appare marginale, residuale, quasi invisibile. Le rovine non vengono contemplate come oggetti estetici ma come organismi ancora vivi, capaci di custodire memoria e futuro insieme.
La Calabria di Teti non coincide mai con uno stereotipo geografico. È piuttosto una condizione esistenziale.
Nel suo saggio, il verbo “restare” perde ogni significato di fissità. Restare non significa opporsi al cambiamento né chiudersi nel passato: significa assumersi una responsabilità nei confronti del luogo, della memoria e delle relazioni.
La “restanza”, concetto ormai centrale nell’opera di Teti, emerge qui con particolare delicatezza. Non è nostalgia ma fedeltà critica; non è immobilità ma capacità di trasformare il rapporto con i luoghi senza reciderne le radici.
Questa riflessione dialoga naturalmente con la scrittura di Carla Saracino.
Il suo contributo, significativamente intitolato “La grazia e l’oscurità“, è forse la parte più intensamente letteraria del volume.
L’incipit è già una dichiarazione di poetica:
«L’inverno le litoranee vivono un’esistenza particolare. Non la vita estiva dei giorni accerchiati, sottomessi, affollati, ma la lunga e distesa maturità della durata…».
È difficile leggere queste righe senza avvertire l’eco di una tradizione mediterranea che va da Vittorio Bodini fino a Franco Cassano, passando per la prosa limpida di Raffaele La Capria. Tuttavia Saracino possiede una voce assolutamente personale.
La sua scrittura procede per sottrazione.
Le immagini non cercano mai l’effetto spettacolare. Al contrario, sembrano affidarsi alla discrezione del dettaglio: il mare d’inverno, le seconde case vuote, le architetture occasionali della costa ionica, il silenzio che sostituisce il rumore della stagione turistica.
Tra le pagine più riuscite vi è quella dedicata alle litoranee salentine.
Le case, nate come residenze stagionali, vengono osservate fuori dal tempo dell’estate. Private della loro funzione, rivelano una verità inattesa: «Il mare delle litoranee d’inverno è in un goffo accordo con queste costruzioni occasionali… Tuttavia, è proprio la disarmonia che modifica le impressioni, cambia radicalmente le certezze».
È una delle immagini più fertili dell’intero libro.
La bellezza non coincide con l’ordine.
L’armonia perfetta rischia spesso di anestetizzare lo sguardo; è invece la frattura, la sproporzione, l’imperfezione a restituire profondità al paesaggio.
Per questo la quarta di copertina può affermare che «Forse, il vero proposito di abitarli risiede nella loro vulnerabilità».
Non si ama un luogo perché è perfetto.
Lo si ama perché è fragile.
Perché conserva le tracce del tempo.
Perché porta impressi gli errori delle generazioni che lo hanno attraversato.
Perché continua ostinatamente a sopravvivere.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è la continua contaminazione tra linguaggi.
Non è un saggio di geografia.
Non è un libro di viaggio.
Non è una raccolta poetica.
Non è un’opera di antropologia.
È tutto questo insieme.
È una scrittura geopoetica.
In questo senso il Sud raccontato da Saracino e Teti non coincide mai con il Mezzogiorno italiano.
Diventa una metafora universale.
I paesi spopolati parlano di tutte le periferie del mondo.
Le case chiuse raccontano ogni forma di assenza.
Le coste invernali diventano l’immagine della sospensione che attraversa il nostro tempo.
La domanda che attraversa il libro è allora quella più radicale:
«È la presenza a dare valore a un luogo o piuttosto la memoria che vi lasciamo?».
È difficile immaginare una conclusione più intensa, perché alla fine ci si accorge che Il sentimento dei luoghi non parla davvero dei luoghi.
Parla di noi.
Di ciò che scegliamo di ricordare.
Di ciò che abbandoniamo.
Di ciò che continuiamo a custodire, spesso senza saperlo.
















