DI VITO TRICARICO
Ritornati gli ambasciatori col messaggio della città di Butuntum nella Badia di San Leone dal Palatino, l’irato comandante Pipino comandò che si arrecasse gran danno contro il territorio della città. Inoltre, vennero inviati emissari nelle vicine città di Barium, di Palium, di Auricarrum, di Meduneum e di altri casali vicini per arruolare uomini da immettere nel suo esercito, allettandoli con la promessa di un’ottima paga.
Vennero spostate le macchine da guerra lasciate nei pressi del campo di San Leone e ne vennero costruite di nuove. Era un brulicare di uomini che attendevano alla costruzione di scale, ponti mobili, gatti fortificati, trabucchi e altre macchine di legno da portare fin sotto le mura della città per tentare l’assalto.
Non appena la risposta della Universitas di Butuntum venne riferita a Pipino, questi comandò di cingere d’assedio la città. Dispose inoltre di percorrere l’intero territorio di Butuntum, danneggiando tutto ciò che si poteva per mezzo dei guastatori arruolati. In questa opera furono molto attivi i cittadini di Auricarrum e di Palium, oltre ai suoi concittadini altamurani. Le coltivazioni orticole vennero invase, gli alberi divelti o malamente sfregiati, fu dato fuoco elle erbe infestanti secche che provocarono incendi e danni agli oliveti e ai mandorleti nell’agro confinante. Furono inoltre fracassate le mole ed i trappeti e demolito tutto ciò che si poteva. Contemporaneamente, dal lato di Barium e Meduneum arrivò tanta altra gente. Spiantavano le cipolle dagli orti e commettevano altre nefandezze sulle coltivazioni, mentre, ai bitontini asserragliati sulle mura, venivano indirizzate ingiuriose invettive: “Oh valorosi bitontini perché non venite a raccogliere le vostre cipolle?”
Giovanni Pipino sperava che quei danneggiamenti inducessero gli assediati a cercare la resa, ma questo non avvenne. Gli invasori, al loro arrivo nei pressi di Butuntum, erano parsi simili a larve di cicale, che all’unisono uscivano dalla loro vita sotterranea e stanche di quella primitiva vita ipogea e già baldanzose per essere state vittoriose sulle talpe che le avevano insidiate, erano alla ricerca di un albero dove arrampicarsi per effettuare la muta e librarsi nel primo volo e nel primo canto. Avvenne così che, col sole già alto, i campi di ulivi e di mandorli subivano l’invasione naturale e prevista del frinire assordante delle cicale ebbre di sole. Queste intensificavano il loro canto quasi a voler sostenere e incoraggiare l’invasione, cantando e incitandoli freneticamente, a contatto dei loro orecchi e delle loro barbute.
Giovanni Pipino era ritto e immobile nella sua ferrea armatura che sembrava costipare oltre al suo corpo anche il suo cervello. A una decina di passi da lui Hebniger, connestabile di Lupisce, affiancato dai suoi caporali teutonici. Preannunciato da un guizzo nervoso, infine, risuonò alto e imperioso nell’aria già calda di quel rovente giugno bitontino, il temuto comando : “ Iniziate l’assaltoooo.”
Fu allora che ci fu la rivincita e la prova di forza dei bitontini. Alla sommità del Torrione, il Castellano aveva fatto approntare speciali baliste per il lancio di pece infuocata e altre misture incendiarie che vennero dirette contro le catapulte che stavano per preparare i primi lanci. Il materiale incendiario fu diretto contro le travi di legno e le corde che presero a bruciare, mentre i balestrieri lanciavano i loro strali cui erano state applicate delle stoppe bagnate di resina.
Quando si riuscì a posizionare le torri, i trabucchi e le scale sotto le mura a costo di tantissime perdite umane, si attendeva che entrassero in azione gli armati pronti a cercare di superare le stesse. Ettorre incitava i suoi sui camminamenti delle mura. Molte donne rifornivano di acqua i difensori, mentre squadre di riserva erano pronte a cimentarsi sulle mura. I milites Errico e Paolo agivano sul Torrione, mentre i due sindaci tenevano i collegamenti fra gli uomini alle diverse porte.
Era posizionato sui camminamenti delle mura anche il giovane Sergio Bove. La sua postazione era a difesa alla Cappella Bove fuori le mura. Era quasi irriconoscibile sotto una barbuta e una cotta di maglia che lo facevano sudare. Alla cintura era ben ferma la spada del suo nobile antenato ed Ettorre, lo riconobbe dalla sua figura esile di giovinetto e dagli occhi che lo avevano fissato brevemente.
I pedoni armati di mezze picche da cui pendevano le corde di canapa, erano riusciti a lanciarle alla sommità delle mura in diversi punti. File di uomini armati di asce, spade e coltelli, con i loro occhi eccitati erano pronti a dare l’assalto. Nessuno però riuscì a superare la sommità delle mura, che divennero per loro pareti di specchi insormontabili. Per Pipino era una disfatta. I suoi occhi che bramavano ardentemente superare quella barriera di pietre e di uomini, in un attimo si trovarono a trepidare per quella impresa che si stava trasformando in fallimento. Ma il peggio per gli invasori doveva ancora arrivare. I balestrieri, rinvigoriti dal successo, alzarono ancor più la mira fino alle schiere degli stipendiari del Palatino.
Fu in quel momento che dal Torrione, il miles Paolo, armato di balestra, prese di mira Giovanni Pipino. Il suo sguardo acuto lo individuò fra i suoi mercenari sul suo famoso cavallo nero Boccadoro e lasciò scoccare il dardo, accarezzando il sogno di colpire il Comandante di quella nutrita banda di malfattori. Sarebbe stato il modo migliore per punire quel capitano insolente, subdolo provocatore e arrogante mistificatore, che per proprio esclusivo vantaggio era capace di portare morte e distruzione fra le genti operose di Puglia. Il dardo del miles Paolo, purtroppo, percosse l’uomo che stava immediatamente dietro di lui.
Il diavolo protettore che salvaguardava Pipino gli aveva fatto rivolgere altrove il capo. Senz’altro di un diavolo si trattava, perché con la fine del Palatino sarebbero terminati i misfatti e le sofferenze in Puglia a causa di una guerra nata a causa del futile motivo dovuto ad un omicidio ordito o comunque desiderato da una donna. Giovanni Pipino, impaurito, indietreggiò di molti passi sul suo cavallo Boccadoro, imitato dai suoi caporali mercenari per sottrarsi al tiro delle balestre bitontine, mentre sopraggiungevano ansimanti, gli uomini scampati al fallito assalto. Era una giornata molto calda e quella ritirata era il segno di una immane disfatta.
“BUTUNTUM CIVITAS INVICTA ” esultò Ettorre.
“BUTUNTUM INVICTA” era la frase gridata dai ragazzi che, esultanti, presero a percorrere di corsa l’intera città.
Giovanni Pipino si ritirò, ma cinse Bitonto con un assedio per diciassette giorni. Lo tolse dopo aver patteggiato il pagamento di cento once d’oro e un incontro al campo di San Leone per il 15 luglio.
















