DI VITO TRICARICO
E’ un racconto ambientato nel giugno 1349 e segnò un pagina memorabile nella storia di Bitonto.
La città era stato feudo di Carlo di Durazzo, cognato di Giovanna d’Angiò regina di Napoli, implicato nelle vicende per sopprimere Andrea, consorte ungherese di Giovanna. Quando il fratello Luigi d’Ungheria sbarcò a Manfredonia e arrivò in un baleno a Napoli, la regina scappò ad Avignone, Carlo di Durazzo venne prelevato dalla sua casa e condotto sul posto del delitto di Andrea. I suoi feudi, compresa Bitonto, passarono sotto controllo ungherese.
La vicina Palo, invece, era feudo di Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno di Napoli. Egli, per contrastare gli Ungheresi in Puglia, ingaggiò Giovanni Pipino di Altamura dopo avergli concesso Bisceglie, Trani, Molfetta e Giovinazzo e altri possedimenti. Il Palatino di Altamura era un mercenario avido, di gloria, di feudi e ricchezze e aveva alle sue dipendenze 500 armati lombardi e alemanni. Dopo aver sottomesso le città cocessegli, si stava dirigendo verso Bitonto…
Quasi in un baleno giunse, come folgore, la temuta notizia dell’arrivo di Giovanni Pipino. Il miles Errico, avendo notato la movimentazione di uomini e di macchine da guerra che si spostavano verso la sua città, aveva interrotto il suo percorso nel nord del territorio di Butuntum. Dopo aver mandato i suoi uomini ad avvisare gli addetti alle massarie lungo il suo percorso, giunse trafelato in città.
“Non ci sono dubbi sulle intenzioni del Palatino di Altamura. Alle sue condizioni, ha tolto l’assedio a Giovinazzo e sta spostando le sue macchine belliche e i suoi uomini verso la nostra città. Con molta probabilità, verso sera giungerà da noi.” Furono queste le concitate parole riferite al Castellano del Torrione dal miles Errico.
Verso sera, infatti, Giovanni Pipino giunse alla Badia di San Leone, ove sfrattati i monaci, occupò il convento e gli spazi circostanti e si accampò col suo potente esercito di mercenari. L’indomani mandò i suoi ambasciatori alla Porta della marina per invitare il governo della città di Butuntum a ritornare fedele alla Regina Giovanna d’Angiò e a suo marito Ludovico di Taranto e a sottomettersi a lui stesso.
Quella notte, il syndicus Cicco Bove ebbe un sonno travagliato. Molto tardi, riuscì infine ad addormentarsi, ma intervenne, a quel punto, un sogno strano: Cercava di parlare ai suoi concittadini a voce alta per infondere loro coraggio, ma si rendeva conto di aver perso la voce. Parlava, ma era consapevole che erano solo pensieri inespressi. Quasi a sfidare le sue corde vocali, finalmente, la sua ferrea volontà produsse i suoni richiesti. Fu la sua evidente vittoria, ma si svegliò di soprassalto.
Vestitosi, cinse la spada e andò a dare la sveglia a tutta la famiglia. Dopo una breve colazione, portò tutti i suoi familiari nella chiesa di San Matteo, la cappella di famiglia appena fuori le mura, fatta costruire da suo padre Sergio. Era stata dedicata all’apostolo Matteo, patrono di Ravello, sua città di origine e in quella cappella si era fatto seppellire. Francesco Bove, dopo aver fatto dire una santa messa in suo suffragio, aveva portato le armi che erano state del suo valoroso padre, miles in prima fila nella battaglia di Benevento a fianco di re Carlo I d’Angiò, contro le truppe di Re Manfredi. Le aveva portate per donarle al figlio.
“Tieni la spada del tuo avo che portava il tuo stesso nome” disse Cicco Bove al giovane figlio Sergio. “Portala con onore e sii degno del tuo nobile antenato” aggiunse solamente con la voce rotta dalla commozione.
“Mi impegno ad essere degno erede di vostro padre e di voi, padre mio” rispose il giovane Sergio.
Era una significativa cerimonia che Cicco avrebbe voluto fare in un altro momento, vista anche la giovane età del figliolo, ma che aveva voluto anticipare a quella mattina per il precipitare delle situazioni ed in preparazione per i prossimi eventi
L’Universitas di Butuntum, seconda città delle Puglie, confidando nel suo potente sistema difensivo costruito da mura, fossato, e torri che dominavano l’intero circondario, oltre che da una numerosa e combattiva popolazione, in modo pacato e determinato si riunì in consiglio straordinario. Alla provocatoria ingiunzione del Palatino, dalla riunione degli uomini che stavano al governo della città e principalmente dal signor Castellano, dai milites Paolo de Ferraris ed Errico Labini, dai sindaci Leone Castanea e Cicco del Signor Sergio Bove, il comandante della milizia popolare Nicola Angelo Labini, detto Ettorre, occorreva dare una risposta. Venne concordato e rilasciato il documento che fu pronunciato, a voce solenne, alla presenza degli ambasciatori del Pipino, che diceva testualmente:
“Dite al Palatino, che noi la fedeltà nostra già la promettemmo al signor Re d’Ungheria. E però dite al signor Palatino, che gli piaccia di non molestarci, ed aspettiamo invece di vedere chi sia il vincitore di questo Regno, se il Re d’Ungheria o la Regina ed il Signor Ludovico di Taranto…”
















