Del prof. Franco Terlizzi di San Ferdinando di Puglia
Straordinaria performance7 dell’associazione teatrale “U trajoine” di Bitonto nella prima rappresentazione del 7 febbraio 2026 (ne seguiranno altre 3) presso l’auditorium della basilica ss. Medici, della commedia in 2 atti di Mariolina Rutigliano: “Rafanidde, fatte accatteue da ci nan te canosce“.
È la 24ª opera della prolifica commediografa vernacolare bitontina, che ne è anche l’interprete principale, con la solita “verve” scenica impressionante, tale da reggere oltre due ore di spettacolo con una presenza quasi costante sul palcoscenico.
Il ravanello, “u rafanidde“, la piccola rossa radice dal gusto pungente, è la metafora di tutti coloro che nella loro bolsa vanagloria se la credono, salvo poi dimostrarsi per quello che sono veramente, una piccola se non proprio insignificante cosa, ed è il titolo e il simbolo di questa opera vernacolare in cui l’autrice ha dispiegato sapientemente tutti i connotati e le risorse della commedia dell’arte: storpiature della lingua colta, doppi sensi, fraseggi iperbolici e grotteschi, un alternarsi serrato di scene e di attori con un ritmo incalzante che ha catturato gli spettatori tra risate grasse ma punteggiate spesso anche di amaro.
Il pregio infatti di questa commedia, come del resto le altre di Mariolina Rutigliano, è quello di insinuare un filo drammatico nella comicità, che è dunque quella grottesca, “la parte amara della risata“, come diceva il grande Eduardo.
Nell’eterno conflitto tra nuora e suocera, tra la passata generazione e la nuova, che è il fulcro della commedia, è rappresentato uno spaccato della condizione umana dove non sembra sussistere nè speranza nè salvezza, bensì un vortice di cose e fatti, un intreccio caotico ed inintelliggibile, nel quale ci si trova inviluppati e da cui ineluttabilmente si viene stritolati.
In questa e per questa umanità derelitta, che per deficit culturale non ha possibilità di dubbio esistenziale e di sublimazione spirituale laica o religiosa, perchè vive immersa nelle cose della vita e risolve tutta la sua esistenza in questa “passione per l’operare quotidiano” (Pasolini) non c’è ombra di Provvidenza divina, ma essa è abbandonata nella sua elementarità culturale, ai sentimenti primordiali dell’invidia, della gelosia, dell’insanabile contrasto generazionale, della concupiscenza velleitaria e senile.
C’è una voce nella commedia che si erge come una delicata e tenue barriera del bello, del pulito, dell’onesto, del puro, ed è la piccola Babbette, la giovanissima e bravissima Eva Scioscia, per la prima volta sulla scena, ma è una voce di purezza e schiettezza solitaria e vana, perchè tutto congiura in senso opposto per la povera gente, che è poi la stragrande parte dell’umanità, perchè questa è la vita, un rutilante inferno che coinvolge tutti, chi più chi meno.
I poteri istituzionali che dovrebbero dare sollievo e conforto alla derelitta umanità: il prete, u parecchiare (il potere religioso), il dottor Purgamento (il potere della scienza), l’avvocato, u avvecheute (il potere giudiziario) sono raffigurati dalla commediografa come figure grottesche e indegne del compito a cui sono preposte e ricordano il prete, Don Piccirilli e Don Abbacchio (nomen omen) di “Pane e Vino” e “Fontamara” di Ignazio Silone; il dottore, la figura resa celebre da Alberto Sordi del medico della mutua nel film omonimo; l’avvocatessa nella sua retorica, la maschera del ciarlatano leguleio Don Balanzone, ovvero l’immortale Azzeccagarbugli Manzoniano.
Non c’è speranza di salvezza per questa umanità, secondo la visione amara della pregevole autrice nonchè straordinaria protagonista. Il regista Franco Moretti, che ha anche recitato la piccola parte del velleitaro stalker, ha saputo dare ritmo e tensione recitativa alla commedia mai scaduta in pause noiose. Bravissimi tutti gli atri attori, la citata esordiente bambina Eva Scioscia (Babbette) con presenza scenica da veterana del teatro; la nonònne (Nicoletta Turturr) che ha reso magnificamente l’idea della vegliarda intontita ma ancora piena di presunta e inesistente autorità senile; Abbriscete (Loredana Pierri) bravissima nelle gesta della cittadina disinibita e alla moda, la vamp attraente e ostentatamente consapevole della sua avvenenza in mezzo allo sfasciume paesano; Vasco (Francesco Tenerelli) perfetto interprete del giovane scanzonato, ribelle, un po’ fatuo, velleitario, in pratica un fannullone; Coline e Mengucce (rispettivamente Peppino Muschitiello e Ciccio Fanelli) esilaranti interpreti di due anziani allupati, due satiri (con le armi spuntate!) che vorrebbero concupire, anche con mire pensionistiche, Denziate (Mariolina Rutigliano) che è abbondantemente nonna e a cui i due velleitari pretendenti fanno venire il voltastomaco; Renzine, la brava Anna Marrone, che ha reso magnificamente la parte della donna non più giovane, ma con qualche velleità e soprattutto saccente. Il prete, u parecchiare (Franco De Palo), l’avvocatessa (Rossella Bonasia), il medico dott. Purgamento (Lino Giampalmo) hanno interpretato come meglio non si potrebbe e in maniera grottescamente esilarante, lo spirito formalistico della “fede” religiosa, la pretenziosità vacuamente retorica dei legulei, la professione medica finalizzata soltanto al mero guadagno.
Un’opera dunque che si iscrive tra i tanti successi di Mariolina Rutigliano, sapientemente diretta, perfettamente recitata da tutti gli attori. Nel monologo finale, l’autrice e protagonista, salutando il pubblico, ha detto parole pregnanti e fondamentali: il teatro è finzione, ma è straordinariamente vero, perchè è il riflesso della realtà, questo miscuglio inestricabile di bene e male, di fausto ed infausto, di commedia e di tragedia che è la vita di ognuno di noi.

















