La questione giovanile. Un tema di grande rilevanza da sempre, ma ancor di più oggi in un’epoca di profondi cambiamenti, tra avvento sempre maggiore di nuove tecnologie e shock economici e sociali. Una crisi che colpisce i giovani in particolar modo, sospesi tra precarietà e speranza, in cerca di un domani. Ed è di loro che parla l’ultimo libro di Vincenzo Abbatantuono e del sociologo Angelo Palmieri, dal titolo “Baby-bang. Vite in sospeso. Giovani in cerca di un domani”.
Edito da Rubettino, il volume affronta temi importanti come i milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non vedono un futuro possibile, con un sistema educativo che fatica ad aggiornarsi e un mercato del lavoro che offre prospettive incerte, mentre la società è incapace di rispondere alle nuove sfide della digitalizzazione e della globalizzazione. Tra le pagine del libro si delinea il disagio giovanile come riflesso di una crisi sociale più ampia.
Ne abbiamo parlato con uno dei due autori, Vincenzo Abbatantuono, docente: «Questo lavoro nasce su sollecitazione di Angelo Palmieri che manifestava da tempo l’urgenza di approfondire temi importanti che unissero le nostre esperienze. Io ho lavorato in scuole nella periferia di Torino. Ho avuto ragazzini di terza media che mi parlavano delle loro esperienze di baby gangster o del loro sogno di entrare in una babygang».
Le motivazioni del fenomeno sono tante e il volume vorrebbe essere un piccolo manuale per educatori, docenti e chiunque operi in ambito educativo.
Per i due autori, ad accentuare il fenomeno delle babygang è stato il periodo di lockdown: «Abbiamo riscontrato un innalzamento della violenza. Dopo il distanziamento, c‘era bisogno di riavvicinamento che sta avvenendo in questi ragazzi con modalità violenti, a cui non eravamo abituati».
A venire in soccorso, finalmente, ci sono gli sportelli psicologici nelle scuole, perché, alla base di questi atteggiamenti, spesso, c’è una domanda di ascolto: «Non vengono ascoltati probabilmente. Forse noi adulti non abbiamo capito il male che hanno vissuto in quel periodo di segregazione. Solo i ricchi possono permettersi lo psicologo privato. I poveri aspettano sei mesi, un anno. Nel frattempo quei disturbi degenerano».
Problemi che si amplificano negli immigrati di seconda generazione, spesso principali protagonisti delle babygang.
«Anche a Bitonto ci sono babygang. Ci sono sempre state» aggiunge. Talvolta è «una forma di ribellione, una specie di lotta di classe inconsapevole, volgare, violenta, a volte morbosa».
Altre volte un accomodarsi sul solco di una cultura familiare, che è l’unica scelta di vita conosciuta.
Una situazione aggravata dalla crisi delle classiche istituzioni educative che un tempo contribuivano a occupare il tempo dopo la scuola: parrocchia, partito, associazioni: «Noi avevamo il maestro Marco Vacca e il professor Peppino Naglieri che ci facevano vedere i film di Truffaut in prima media. Questi ragazzi no. Oggi non so quanti operatori in ambito educativo siano consapevoli di dover fare i conti con una realtà che sta cambiando. All’università non si studia come tenere a bada una classe o a comprendere i fenomeni migratori».
Per Abbatantuono è fondamentale aggiornarci, conoscere, ascoltare: «Dire solo che la musica trap è brutta è sbagliato, perché la stessa cosa ci dicevano dei Led Zeppelin. Noi li ascoltavamo ugualmente. Però almeno io avevo qualcun altro da cui farmi ascoltare. Questi ragazzi no. Dobbiamo chiederci perché e contro cosa sono così arrabbiati. La ricetta è la più antica: conoscenza e ascolto».
Dopodiché, tuttavia, per l’autore ci deve essere contrasto e repressione, senza buonismo: «Molto spesso si lascia correre. In Italia, purtroppo, questa fase è molto carente e loro sanno benissimo che se finiscono in galera, dopo pochi giorni escono».
Per ascoltare l’intervista completa, clicca qui.
















