Questa rubrica nasce da un bisogno semplice: fare spazio. Senza categorie e senza formule imbriglianti. Perché certe emozioni arrivano come degli acuti irriverenti e fastidiosi: non le controlli ma ti dicono qualcosa. E allora vale la pena ascoltarle e provare a trovare parole che non tradiscano quello che sentiamo nel corpo, prima ancora che nella testa.
Ringrazio sentitamente l’editore Alessandro Intini e il direttore Mario Sicolo per aver creduto in questo progetto.
Buona tana a tutte e tutti: un riparo dove non serve fingere.
Certe parole arrivano in casa come spilli: piccole, quasi invisibili, eppure capaci di pungere a fondo — non solo i polpastrelli. Ieri è successo così. Non con un discorso abbozzato, non con una spiegazione: con una riga letta sullo schermo, a fine giornata, mentre sul tavolo restavano due tazzine scompagnate, lo zucchero di canna incrostato sul fondo e le briciole del cornetto al pistacchio che, come al solito, “non è stato nessuno”.
Tommaso mi ha mostrato un titolo. Tredici anni: la faccia di chi finge indifferenza ma archivia tutto, come un hard disk senza tasto “cancella”. Poi mi ha guardato: non cercava una lezione — per carità di Dio — cercava un corrimano.
«Papà, perché quando raccontano certe tragedie aggiungono sempre una parola in più accanto a “padre” o “figlio”? Sembra che esistano legami di serie A e legami di serie B… che noia, che barba!»
Andrea, dodici anni, diceva poco e si esprimeva con sopracciglia foltissime e silenzi lunghi; poi ha tagliato corto:
«Allora noi cosa siamo?»
In quel momento ho capito che non era la cronaca a spaventarli. Era l’ombra fitta che il linguaggio può proiettare su chi è già sensibile allo sguardo degli altri. Ho fatto spazio sul divano, raddrizzando quel cuscino che, dopo i film, prende puntualmente la posa da ‘scivolo’ tra plaid e telecomando.
«Ascoltatemi bene. La famiglia è una cosa imperfetta, ma regge se la vogliamo: un’alleanza, un patto tra matti con le migliori intenzioni e la peggiore organizzazione, eppure capaci di volersi bene. È una prova che si misura nei giorni normali, quando si resta. Non c’è un certificato che renda un legame più vero di un altro. C’è un desiderio che si fa responsabilità: esserci.»
L’adozione — detta senza enfasi — è questo: un incontro che diventa promessa. Non cancella il prima, non lo trucca; lo accoglie e gli dà continuità. È una forma adulta di speranza: non quella che nega le ferite, ma quella che le accompagna finché smettono di governare il presente.
Tommaso ha abbassato gli occhi, come se dovesse discolparsi di qualcosa che non ha scelto. Gli ho stretto la mano.
«Nessuno deve giustificarsi per la propria storia. Tu sei figlio. Punto. E io sono tuo padre. Punto. Il resto è zavorra: e la zavorra, quando gira male, fa danni veri.»
Col tempo mi sono portato addosso una convinzione: il linguaggio educa sempre. Chi racconta i fatti — nei media, a scuola, in parrocchia, in strada — non si limita a informare: plasma immagini di mondo. E noi, nel nostro piccolo, possiamo fare una semina diversa: scegliere parole che non segnino confini col gesso. Dire “figlio” e fermarsi lì. Dire “padre” e non aggiungere nulla.
A volte la cura comincia proprio da questo: una frase semplice che non taglia fuori — e non ‘taglieggia’ usando un linguaggio incomprensibile ai più.
Allora, buona cura a tutti. E per le parole superflue vale la regola di casa: si spazzano via, come le briciole del pistacchio.
( di Angelo Palmieri )
















