Ci sono spettacoli che cercano il consenso e altri che cercano una verità. “Eco & Narciso”, la nuova creazione di Piergiorgio Meola per Okiko the Drama Company andata in scena domenica scorsa presso l’atrio della Don Milani e come secondo appuntamento del SiAmoCreaTUre 2026, appartiene a questi ultimi. E il consenso, forse proprio perché mai inseguito, è arrivato con la naturalezza con cui arrivano le opere autentiche: nel silenzio che segue il sipario, negli occhi ancora colmi di emozione, nelle parole che il pubblico ha sentito il bisogno di affidare alla compagnia.
“Meraviglioso”. “Potente”. “Una riscrittura del mito che fa davvero riflettere”. “Il finale è stato da brividi”. “Vorrei tanto rivederlo”. Sono frammenti di emozioni che compongono una critica spontanea e sincera, nata non dal desiderio di giudicare un’opera, ma dalla necessità di raccontare l’esperienza di averla attraversata.
Perché “Eco & Narciso” non è una semplice rilettura del racconto ovidiano. È un’operazione artistica che sottrae il mito al passato per restituirlo nel presente alla sua funzione originaria: interrogare l’essere umano.
Meola ha costruito una partitura scenica essenziale, quasi rituale, nella quale ogni elemento rinuncia all’ornamento per cercare il significato. Il corpo è diventato linguaggio, il movimento si è fatto parola e il silenzio ha acquisito una densità drammaturgica pari, se non superiore, alle parole.
La scena era come un luogo sospeso, dove il visibile ha dialogato continuamente con l’invisibile. I drappeggi trasparenti tra le arcate della Don Milani hanno attraversato lo spazio come veli della memoria, restituendo un raffinato gioco di ombre, apparizioni e dissolvenze. La luce li attraversava e li trasformava in superfici liquide, evocando l’acqua senza mai mostrarla realmente. È proprio in questa sottrazione che è nata una delle intuizioni scenografiche più eleganti dello spettacolo: lo specchio in cui Narciso si perde non è un elemento materiale, ma una percezione, un riflesso costruito attraverso la trasparenza, quasi a suggerire che l’immagine di cui si innamora appartenga più alla sua ossessione che alla realtà. Dietro questo stesso specchio, un riflesso reale incarnato da Piergiorgio Meola.
Anche gli oggetti sono stati chiamati a superare la loro funzione concreta per assumere una dimensione simbolica. Una semplice poltrona si è trasfigurata nella roccia sulla quale Narciso ha consumato la propria contemplazione, trasformando un oggetto quotidiano in un luogo mitico. Un grande telo verde è diventato simbolo del bosco, non tanto spazio naturale quanto paesaggio interiore, dove desiderio, attesa e perdizione hanno trovato dimora. E poi il fiore del narciso, presenza discreta ma eloquente, ha concluso idealmente il percorso simbolico della vicenda: emblema della metamorfosi, della fragilità dell’esistenza e della bellezza che nasce proprio laddove l’uomo soccombe ai propri limiti.
Nulla è apparso casuale. Il lavoro di trucco di Elena Agostinacchio, brillante, studiato e raffinato, ha accompagnato la narrazione con eleganza, diventando parte integrante di quell’equilibrio visivo in cui ogni dettaglio aveva un significato. La scenografia ha dialogato costantemente con la regia, evitando qualsiasi compiacimento estetico. Ogni scelta è stata funzionale alla costruzione di un’immagine poetica, capace di lasciare spazio all’immaginazione dello spettatore. È un teatro che suggerisce anziché mostrare, che evoca anziché descrivere, affidando alla luce, ai vuoti e ai simboli il compito di raccontare ciò che le parole non potrebbero contenere.
La scelta più radicale riguarda però Eco, interpretata da Angelica Andriani. La protagonista viene privata di ciò che tradizionalmente definisce il teatro: la voce. Eppure è proprio questa sottrazione a renderla presenza assoluta. Eco ha parlato attraverso lo sguardo, la tensione del corpo, il respiro, il tempo dell’attesa. È un personaggio che ha spinto il pubblico a un ascolto diverso, più profondo, nel quale la comunicazione è nata dalla vulnerabilità e dall’intensità della presenza scenica.
In questa intuizione è risieduto il cuore dell’intero spettacolo.
Perché il silenzio di Eco ha raccontato il silenzio di tutti coloro che hanno amato senza essere ascoltati.
Anche Narciso, interpretato da Lorenzo Palmieri, è stato liberato dalla lettura semplicistica del giovane innamorato della propria immagine. È diventato piuttosto il simbolo dell’incapacità contemporanea di riconoscere l’altro, dell’ossessione di essere desiderati senza assumersi il rischio dell’amore autentico. Una figura tragicamente moderna, immersa in una società che continua a confondere il bisogno di visibilità con quello di relazione.
Attorno a lui le ninfe (Carmen Toscano, Simona Izzo, Rossella Rutigliano, Giorgia Schiraldi), presenza corale di straordinaria forza evocativa. Il loro movimento scenico, curato dal regista e toccato dalla sensibilità della coreografa Magda Brown, non ha accompagnato semplicemente il racconto ma ha inteso interpretare il senso di un amore struggente per una persona che non potrà mai ricambiare per il suo narcisismo e l’eco che di esso ne resta. Le ninfe hanno amplificato il senso della perdita fino a dissolversi, proprio come l’eco destinata a sopravvivere soltanto nella risonanza.
E poi c’era Era, interpretata da Stefania Sannicandro. La dea ha attraversato la vicenda come presenza della condanna e del destino. Non è stata soltanto la dea che ha punito Eco privandola della parola, ma è diventata la personificazione di quella forza superiore che impone all’essere umano il peso delle proprie conseguenze. La sua presenza scenica ha restituito tutta la severità del mito antico, ricordando come ogni gesto, ogni scelta e ogni rifiuto generino inevitabilmente una trasformazione.
Nemesi, interpretata da Rosa Masellis, è stata la figura della sapienza e della misura. Il suo intervento non ha interrotto il dramma, ma ne ha orientato la riflessione, quasi fosse una coscienza che osservava gli uomini incapaci di riconoscere la verità di sé. Nemesi é diventata così il contrappunto filosofico della vicenda, la voce della conoscenza in un mondo dominato dall’accecamento del desiderio.
Particolarmente significativa è stata poi la presenza di Aminia, personaggio interpretato da Davide Ventura e raramente restituito al grande pubblico nelle riscritture del mito. Il suo amore, respinto con violenza da Narciso fino al sacrificio della propria vita, ha ampliato la prospettiva dello spettacolo oltre la relazione tra Eco e il giovane protagonista. Attraverso Aminia, Meola ha restituito al mito la sua complessità originaria e ha introdotto una riflessione universale sull’amore negato, sul rifiuto e sulla dignità del sentimento, liberandolo da qualsiasi distinzione di genere. Il dolore, sembra suggerire la regia, non appartiene mai a un solo volto: cambia nome, cambia corpo, ma continua ad abitare ogni epoca.
Merita attenzione anche l’apparato musicale dello spettacolo. Le musiche hanno accompagnato quest’opera con misura e sensibilità, senza mai imporsi sull’azione, mentre i costumi hanno costruito un immaginario sospeso tra il mondo classico e una contemporaneità volutamente astratta.
E poi c’è il finale. Un epilogo che non cerca l’effetto, ma la rivelazione. Uno di quei rari finali che non chiudono una storia, ma la affidano allo spettatore affinché continui dentro di lui. È probabilmente per questo che molti hanno parlato di “brividi”. Perché il teatro, quando raggiunge la sua forma più alta, non offre risposte: modifica lo sguardo.
Le parole con cui Piergiorgio Meola ha ringraziato il pubblico dopo la prima sembrano diventare la chiave interpretativa dell’intero progetto:
«Non vi è necessità di far parlare di sé… vi è la necessità che quel che si crea faccia il suo percorso: che entri nel cuore di chi ascolta, di chi guarda, di chi segue… e muti il brutto in bello, il cattivo in buono, l’amaro in dolce, la pietra in fiore».
È forse questa la vocazione più alta dell’arte: non essere applaudita, ma trasformare.
A giudicare dalle reazioni del pubblico, Eco & Narciso ha già intrapreso questo cammino. Perché il successo di uno spettacolo non si misura soltanto nell’intensità degli applausi, ma nella capacità di continuare a risuonare quando il teatro si svuota. Come la voce di Eco, che sopravvive oltre il corpo, anche questa opera teatrale continua a propagarsi nella memoria di chi l’ha vissuta.
Ed è proprio in quella risonanza, discreta ma persistente, che il teatro ritrova la sua forma più autentica: quella dell’arte che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo riflette, lo interroga e, per un istante, lo trasfigura. (Foto di Ferdinando Logrieco).















