Dieci anni dopo, Okiko the Drama Company è tornata, venerdì sera, sul palco del Teatro Traetta con “SpectrA”. Quando il regista Piergiorgio Meola, insieme ai suoi attori, ha deciso di riportare in vita questo spettacolo per celebrare il decimo anniversario della compagnia, non ha semplicemente recuperato un vecchio copione: ha scelto di riattraversare la sua origine, di mettere in luce ciò che la compagnia è stata ed è diventata.

(Foto di Ferdinando Logrieco)
SpectrA è l’archetipo fondativo dell’intera estetica di Okiko. È la sua prima ferita, il suo primo respiro, la sua prima dichiarazione poetica: il seme da cui sono germogliate tutte le opere successive. E il tema che attraversa ogni produzione della compagnia – l’Amore nelle sue infinite metamorfosi – trova qui la sua forma più cruda e viscerale.
Dal punto di vista artistico, SpectrA costruisce un universo scenico volutamente instabile: un limbo gotico, barocco e decadente, impregnato di simboli che diventano personaggi essi stessi.
La scenografia – il grande divano di una casa piena di spettri, uno specchio sospeso e il gioco di luci di Ars Technologies di Andrea Mundo– è stata una vera e propria mappa dell’inconscio. Il divano ha rappresentato il passato che non si vuole abbandonare, luogo di confessione, colpa e ossessione. Lo specchio è diventato identità negata, anime sospese, memoria intrappolata e immobilizzata. Le luci sono state le pulsazioni emotive di un cuore che tenta di riaccendersi. Gli spettri, infine, sono stati incarnazioni delle ferite d’amore. A completare la costruzione visiva dello spettacolo, gli scatti di Ferdinando Logrieco hanno offerto una lettura parallela e profondissima. Il suo linguaggio fotografico amplifica la natura perturbante dell’opera, cogliendo la natura duale dei personaggi (persone e spettri).
Ogni personaggio ha rappresentato una degenerazione dell’Amore:
Lucien (Davide Ventura) è l’amore che diventa ossessione e si autodistrugge, attraversato da colpa, rabbia e rimorso; Ophelia (Magda Brown, coreografa e attrice) è l’amore narcisistico e dominatore, condannata a non sapersi far amare; Cassandra (Rosa Masellis) è l’amore filiale tradito, che ritorna come una condanna, la coscienza stessa dell’opera; Lady Love (Giorgia Schiraldi) è l’amore per sé che implode, la memoria che tenta di raccontare, spiegare e comprendere; Medea (Stefania Sannicandro) è l’amore violato, rinchiuso in una gabbia poetica fatta di rime; Matisse (Lorenzo Palmieri) è l’amore puro che, proprio perché tale, è destinato a soffrire; Anya (Simona Izzo) e Peter (Marco Montagna) rappresentano l’amore ingenuo schiacciato dagli spettri del passato.
La drammaturgia procede per quadri, come una spirale che avvolge gli spettatori: il tempo non scorre, ritorna, si contorce, costruendo un gioco a specchio. Ne nasce un testo che cerca l’attrito tra vivi e morti, tra amore e odio, tra genitori e figli, tra memoria e rimorso.
E il testo suggerisce un’altra verità crudele: nell’amore, qualcuno sacrifica sempre qualcosa. Lucien, per esempio, sacrifica la vita della figlia Cassandra per amore di Matisse, e paga la sua colpa per l’eternità.
Meola utilizza un linguaggio gotico e poetico, attraversato da inflessioni contemporanee. La ripetizione ossessiva della parola “Amore” diventa insieme mantra e condanna, come se i personaggi fossero intrappolati dentro una parola più grande di loro. Il bacio che conclude l’opera si trasforma in una domanda rivolta al pubblico: chi stiamo davvero baciando quando amiamo? Un ricordo? Un fantasma? Un’idea?
Il finale, con la frase “E tu che Amore sei?”, fa dell’opera uno specchio: ogni amore, quando è ferito, diventa spettro.

Rimettere in scena questo spettacolo ha significato confrontarsi con il Tempo, che torna come uno spettro sul palcoscenico, e attraversa le voci, i corpi e gli sguardi dei protagonisti. Tutto è cambiato. Alcuni attori sono andati via, altri sono rimasti fedelissimi e innamorati più che mai, altri ancora sono arrivati portando nuova linfa. Ciò che resta immutato è l’impatto emotivo: SpectrA è ancora un viaggio nell’amore distrutto, tradito, ossessivo. Ma oggi risuona diversamente. Oggi parla a chi ha vissuto, perso, ritrovato.
Le Presenze storiche di Okiko sono diventate memoria viva, portando dentro i gesti e le emozioni di dieci anni fa, arricchiti da tutto ciò che la vita ha aggiunto.
Okiko, nel suo decennio, non è rimasta immobile: ha cambiato pelle, voce, ritmo. Ma la sua anima è rimasta intatta: l’Amore come materia drammaturgica, la forza che arriva al pubblico e lascia nei cuori un’impronta indelebile.
Quel pubblico che resta e si rinnova, che cresce insieme alla compagnia, che è dentro ogni spettacolo.
Io, dieci anni fa, ero parte di quel pubblico. Oggi sono parte della storia. Scrivere questo articolo significa per me molto. Dieci anni fa ero occhio esterno, ma non troppo; oggi sono la giornalista che vive dentro la storia. Quella che non racconta solo lo spettacolo, ma la famiglia che lo crea. Quella che conosce le luci, le quinte, i silenzi, le giornate intere a teatro e a Mariarte; quella che ascolta non solo le parole, ma anche i respiri.
Sono il testimone dell’Amore, quello più raro: quello che non si mette al centro, ma custodisce.
Sono il filo rosso che collega ieri e oggi.
Sono l’Amore che non si stanca mai di raccontare, come Lady Love nello spettacolo.
Sono l’Amore che resta e che ci crede, da dieci anni, sempre, perché so che Okiko è il mio posto.
In questi dieci anni ho camminato sul palco insieme a tutti loro. Sono stata Samantha. Sono stata Ginevra. Sono stata mille altri frammenti di me stessa che il teatro ha tirato fuori uno a uno.
E così, in una nuova interpretazione perfetta, viscerale, matura e autentica di SpectrA, Okiko risponde alla domanda “Tu che Amore sei?” con una chiarezza disarmante:
«Siamo l’Amore che resta, che cresce, che non smette mai di cercare le proprie verità, e non ha paura di guardare dentro di sé».

















