C’era una volta, nel villaggio di Byton — che secoli dopo sarebbe diventato Bitonto — un bambino biondo dagli occhi chiari. Si chiamava Dazimas. Piccolo di statura, irrequieto come il vento che corre tra gli ulivi, aveva un’intelligenza precoce che sorprendeva chiunque lo incontrasse. Rimasto orfano a due anni, crebbe con i nonni in una casetta di legno e argilla, affacciata su una radura popolata da caprette e pecore, in quella Peucezia antica dove la vita aveva il ritmo lento dei pascoli e dei racconti attorno al fuoco.
Di giorno correva lungo la lama, tra rovi e sentieri scavati nella terra bruna. Si arrampicava fino a una grotta dominata da un ulivo dalle foglie sottili, scavata dal vento e dalle acque del Tifre. Tornava a casa con gli zoccoli impolverati e la fantasia accesa, modellando carrettini d’argilla e cavallucci mentre la nonna filava e raccontava miti. Parlava di Ificlo, veloce tra le spighe, di Aconzio e Cidippe trafitti dal desiderio. E soprattutto di Eros, “il fanciullo che sopra il mondo libero trasvola”.
Il nonno narrava di navi e di coste lontane, ma il destino di Dazimas non era il mare. Era l’argilla.
Un pomeriggio scoprì una fornace. Restò immobile a osservare il vasaio e i garzoni modellare crateri e anfore, assistere alla magia della tornitura, dell’essiccazione, della cottura. Ma ciò che lo incantò davvero fu la decorazione: la vernice nera lucente, le figure rosse che emergevano come apparizioni, i volti minuziosi dagli occhi piccoli e le labbra carnose.
Su quei vasi compariva spesso Eros. In volo, con l’arco teso, tra gli sposi o nel simposio. Eros, figlio di Penìa e Pòros, demone sospeso tra mancanza e bellezza, come racconta Platone nel Simposio. Dazimas tornò alla fornace finché, a quindici anni, divenne lui stesso ceramista. Le sue scene si distinguevano per grazia e tensione narrativa. Amava rappresentare Eros nell’attimo prima del dardo, quando l’amore è ancora promessa.
Secoli dopo, forse uno dei suoi Eros è riemerso dalla terra.
È su una Pelike apula in stile Gnathia, rinvenuta nel 1981 nella necropoli di via Traiana a Bitonto. L’Eros raffigurato ha l’arco teso, la gamba flessa, le ali spiegate. Una postura dinamica che richiama il tipo attribuito a Lisippo, attivo a Taranto nel IV secolo a.C.
“Eros, fiore del desiderio: sul dorso gli splendevano ali d’oro”, scriveva Aristofane negli Uccelli. Così lo immaginava anche Dazimas, ragazzo di Byton, che dalla radura imparò a inseguire il volo dell’amore.
Oggi è San Valentino. E forse, tra i vicoli di Bitonto, quell’Eros continua ancora a tendere il suo arco invisibile.

















