“Cosa resta di un poeta, dopo che l’invido Crono ha capovolto per l’ultima volta la clessidra della sua vita?“, spesso vien fatto di chiedersi, fra una lettura e l’altra.
Certo, Durante di Alighiero degli Alighieri detto Dante non era solo un pur eccelso verseggiatore, ma aveva senza ombra di dubbio le stimmate del genio.
Tuttavia, oggi che nelle scuole si studia la sua opera massima, la Comedìa, nomata divina da quell’arguto scrittore che fu Giovanni Boccaccio, e che in tanti ricordiamo a menadito versi sublimi ed espressioni proverbiali partoriti dalla sua medievale e indi eterna creatività, cosa sappiamo realmente del cuore dell’ex priore di Fiorenza? Non rischia forse di rimanere dietro le quinte la sua anima che pure fu sassosa e inquieta?
Il professor Nicola Fiorino Tucci, nella piéce teatrale dal titolo Processo a Dante, con la filologica acribia e la profonda passione letteraria che lo contraddistinguono, ha deciso di scandagliare i meandri della complessa interiorità dantesca attraverso le di lui parole e le vicende narrate nel capolavoro senza tempo.
Così, senza che mai compaia, una giuria, presieduta dall’equanime presidente (un compito Nicola Liso), ha interrogato i testimoni delle storie cantate nelle cantiche e i due avvocati – della pubblica accusa, Jacopo Iniuria (grintoso Piero Urbano) e della difesa (serafico Emanuele Sannicandro) – hanno passato al cribro della giustizia l’atteggiamento del Sommo.
E così, introdotti dalle memorabili terzine, sono stati escussi il commerciante Vanni Di Cambio (impeccabile Vito Stallone) e la dama di compagnia Bice dei Lamberti (eterea Mariella Pastoressa) per sdipanare il sanguinoso intrigo di Francesca da Polenta, il marito Gianciotto Malatesti e il sempre fleente di lui germano Paolo.
Duccio di Orlando (Nicola Rinaldi, bravo) libera il magister magistrorum Brunetto Latino dall’ombra della sodomia.
Infine, il notaro Tano Benvoluti (posato Vincenzo Pannarale) e la fantesca di messer Nello dei Pannocchieschi Fresca Giulieschi (una convincente Fiorella Carbone) ci aiutano a lumeggiare il caso mesto di Olimpia dei Tolomei.
I due legulei, fieramente e retoricamente sfidandosi, espongono le tesi finali. Ma, prima del verdetto, la giovinetta Bice, vispa e impertinente, erompe in una declamazione energica d’una lettera della nonna, a detta dell’ava tutt’altro che amata dall’Alighieri. Insomma, e vendetta, tremenda vendetta fu per colei che pareva “venuta di cielo in terra a miracol mostrare“, a detta di lui.
Questo strabiliante “fuori programma” (risarcimento?) prelude alla sentenza conclusiva, che – sospirone nostro… – assolve Durante, consigliando vivamente a tutti, e massime alle scuole,di approfondire e rinnovare con rinnovato entusiasmo i suoi capodopera immortali.
















