Il momento in cui ha capito davvero dove si trovava non è stato sul red carpet, né davanti a George Clooney o Luca Guadagnino. È arrivato sfogliando un volume di circa cinquecento pagine dedicato all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tra le prime pagine c’era anche il suo nome: Giada Catucci, 23 anni, di Bitonto, componente della giuria Venezia Classici.
«Quando ho trovato il mio nome e cognome tra le primissime pagine mi sono emozionata tantissimo. È stato il primo momento in cui ho avvertito concretamente la portata di ciò che stavo vivendo. Ho realizzato che non stavo semplicemente vivendo un’esperienza bellissima, ma che, nel mio piccolo, stavo scrivendo una piccola pagina nella storia della Biennale».
Per la giovane bitontina, laureata nel dicembre 2025 in DAMS – Discipline dell’Audiovisivo, della Musica e dello Spettacolo e oggi iscritta alla magistrale in Culture e Industrie dei Media e dello Spettacolo all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, quella veneziana è stata molto più di una trasferta universitaria.
Tutto è cominciato ad aprile, durante una lezione. Un docente ha segnalato agli studenti la possibilità di candidarsi alla giuria di Venezia Classici, la sezione della Mostra dedicata ai grandi film del passato restaurati e restituiti al pubblico. Curriculum e lettera motivazionale sono stati valutati da una commissione di tre docenti dell’ateneo barese.
Il 5 maggio è arrivata la mail che le annunciava la selezione. «Ero al settimo cielo. Sentivo di avere davanti un’occasione irripetibile di crescita e formazione e, in prospettiva, anche di costruzione del mio percorso professionale. Prima di candidarmi avevo persino pensato di lasciar perdere, perché l’idea di essere scelta mi sembrava quasi irrealistica».
Dal 2 al 12 settembre Giada ha fatto così parte di una giuria composta da 24 studenti di cinema provenienti da diverse università italiane e presieduta dal regista e sceneggiatore Daniele Vicari. Il compito era visionare e valutare i 19 film restaurati presentati nella sezione e assegnare il premio al Miglior Film Restaurato.
«Quello che mi ha colpito maggiormente è stato rendermi conto di non essere arrivata a Venezia semplicemente come spettatrice, ma di essere diventata parte integrante della Mostra e soprattutto del lavoro della giuria».
Il riconoscimento è andato a “La lunga notte del ’43”. «Non posso naturalmente entrare nel merito delle discussioni interne della giuria, ma posso dire che è un film che porta con sé un messaggio ancora estremamente attuale e urgente. Pur appartenendo a un’altra epoca, riesce ancora a rivolgersi direttamente alla nostra contemporaneità».
Uno degli aspetti più formativi è stato proprio il confronto con gli altri giurati. Ognuno osservava i film da una prospettiva differente: tecnica, registica, narrativa, politica o semplicemente personale.
«È capitato spesso che l’interpretazione che avevamo dato inizialmente a un’opera si modificasse proprio grazie all’ascolto degli altri. Per me è stato estremamente formativo comprendere quanto una stessa opera possa essere attraversata da letture molto diverse e come queste possano convivere senza necessariamente escludersi a vicenda».
E poi c’è stato tutto quello che normalmente si osserva da lontano: le masterclass, i protagonisti del cinema internazionale, il red carpet.
«Trovarmi in prima fila ad ascoltare persone come Luca Guadagnino, George Clooney ed Ellen Burstyn significava confrontarmi direttamente con figure che, fino a quel momento, avevo incontrato solamente attraverso le loro opere. Facevo quasi fatica a percepirlo come completamente reale».
Tra i ricordi più intensi anche la proiezione alla quale ha partecipato il regista Flora Gomes con la propria delegazione. «Si sono commossi fino alle lacrime davanti al loro film. È stato un momento molto forte. Noi giurati ci siamo commossi insieme a loro e credo che, in qualche modo, nelle loro lacrime abbiamo riconosciuto qualcosa che apparteneva anche a noi: la gioia e l’orgoglio di trovarci lì».
Poi l’ultimo giorno, il tappeto rosso prima della cerimonia di premiazione.
«Per anni avevo guardato quella realtà attraverso gli schermi. Improvvisamente ci siamo ritrovati dall’altra parte, davanti ai fotografi, insieme alle persone con cui avevo condiviso tutta l’esperienza. È stato uno dei momenti in cui la distanza tra ciò che avevo sognato per anni e ciò che stavo realmente vivendo si è annullata».
Ma più delle luci veneziane, Giada racconta soprattutto le persone incontrate lungo il percorso.
«Sono partita da sola, senza conoscere nessuno. All’inizio mi intimoriva l’idea di condividere undici giorni di lavoro con così tante persone completamente estranee. Poi in pochissimo tempo il rapporto professionale si è trasformato in un’amicizia vera e propria».
Una generazione di aspiranti professionisti del cinema accomunati, racconta, anche dalla stessa incertezza sul futuro. «Mi emoziona pensare che, pur arrivando da città, percorsi ed esperienze diverse, fossimo accomunati dalla stessa passione e dalla stessa fase della vita: quella in cui non sai ancora esattamente quale sarà il tuo futuro, ma speri di poterti costruire uno spazio facendo qualcosa che ami profondamente».
Per Giada, Venezia è stata infine una conferma personale.
«Questa esperienza mi ha ricordato qualcosa che nella quotidianità tendo a volte a dimenticare: quando desidero davvero qualcosa e sono disposta a mettermi in gioco, posso riuscire a raggiungerla».
È partita da Bitonto pensando di affrontare da sola un’esperienza enorme ed è tornata con una consapevolezza opposta. «Forse è proprio questa la cosa più bella che Venezia mi ha lasciato: sono partita pensando di essere sola e sono tornata avendo scoperto che, in realtà, sola non lo ero affatto».

















